29 Luglio 2026
https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/assolta-elena-tuniz-sul-banco-degli-imputati-resta-il-codice-della-strada/
Il Tribunale di Udine assolve l’insegnante accusata per una dubbia positività al THC. Il suo caso rivela i danni della riforma dell’articolo 187.
Il fatto non sussiste. Con questa formula il Tribunale di Udine ha assolto Elena Tuniz, l’insegnante friulana finita sotto processo dopo un incidente stradale provocato non dalla cannabis, ma da un malore successivamente ricondotto a una crisi epilettica. Una conclusione che restituisce giustizia alla donna, ma che non può cancellare le conseguenze personali e lavorative di un procedimento durato circa un anno e mezzo.
La vicenda comincia il 7 gennaio 2025. Tuniz, allora trentaduenne, perde il controllo dell’automobile in seguito a un improvviso malore e rimane coinvolta in un incidente di lieve entità. Trasportata in ospedale, viene sottoposta agli accertamenti tossicologici, dai quali emerge una «dubbia positività al THC». Non uno stato di alterazione osservato dagli agenti, né un valore capace di dimostrare che le sue facoltà fossero compromesse: soltanto una traccia incerta, sufficiente però a mettere in moto il nuovo apparato repressivo previsto dal Codice della strada.
Scattano così due procedimenti paralleli: quello amministrativo, con la sospensione della patente, e quello penale per violazione dell’articolo 187. La patente è indispensabile a Elena per raggiungere la scuola in cui lavora, distante circa settanta chilometri da casa. La vicenda finirà per costringerla a lasciare il proprio impiego a tempo indeterminato, mentre sul piano penale rischia fino a due anni di arresto e una multa fino a 12 mila euro.
La notte successiva all’incidente arriva però un elemento decisivo. Elena ha una nuova crisi, questa volta osservata e diagnosticata in ospedale come epilettica. Il neurologo le prescrive, paradossalmente, proprio un trattamento a base di cannabis terapeutica. L’incidente, dunque, trova una spiegazione clinica estranea a qualsiasi alterazione provocata dall’uso di sostanze.
Dalla guida “in stato di alterazione” alla guida “dopo aver assunto”
Il caso Tuniz diventa rapidamente uno dei simboli degli effetti prodotti dalla legge n. 177 del 25 novembre 2024, entrata in vigore il 14 dicembre dello stesso anno. La riforma voluta dal ministro Matteo Salvini ha modificato l’articolo 187 del Codice della strada cancellando dalla fattispecie penale le parole «in stato di alterazione psico-fisica».
Prima della modifica, per essere condannati non bastava risultare positivi a un esame: era necessario provare sia l’assunzione della sostanza sia un’alterazione delle capacità psicofisiche durante la guida. Il nuovo testo punisce invece «chiunque guida dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope».
La differenza non è semplicemente linguistica. Sostituire l’accertamento di un pericolo concreto con una generica successione temporale tra assunzione e guida significa rendere potenzialmente punibili persone che non sono più sotto l’effetto di nulla. Metaboliti e tracce possono infatti rimanere rilevabili quando gli effetti sono cessati da ore o da giorni. Il diritto penale rischia così di trasformarsi in uno strumento per sanzionare stili di vita e comportamenti precedenti, anziché la guida realmente pericolosa.
Era precisamente questo il nodo sollevato da diversi giudici. I tribunali di Macerata, Siena e Pordenone avevano rimesso la norma alla Corte costituzionale, denunciandone la possibile irragionevolezza, indeterminatezza e incompatibilità con il principio di offensività. Presa alla lettera, la disposizione avrebbe potuto colpire anche chi aveva assunto una sostanza settimane o mesi prima di mettersi al volante.
La correzione imposta dalla Consulta
Con la sentenza n. 10, depositata il 29 gennaio 2026, la Corte costituzionale non ha cancellato la riforma, ma ne ha imposto un’interpretazione restrittiva. Può essere punito soltanto chi si sia messo alla guida in condizioni tali da creare un pericolo per la sicurezza della circolazione. La mera dimostrazione di una precedente assunzione non è quindi sufficiente.
La Consulta non ha ripristinato integralmente la necessità di dimostrare l’effettiva alterazione del singolo conducente. Ha tuttavia stabilito che nei liquidi corporei debbano essere rilevate quantità di sostanza che, per qualità, concentrazione e matrice biologica esaminata, siano scientificamente idonee ad alterare le capacità di guida di un assuntore medio. Occorre, in altre parole, provare almeno l’esistenza di una condizione potenzialmente pericolosa, non una semplice traccia residuale.
È questa interpretazione costituzionalmente orientata ad aver segnato l’esito del procedimento di Udine. Durante l’udienza, la stessa pubblica ministera ha chiesto l’assoluzione, riconoscendo l’assenza di elementi capaci di dimostrare che Elena fosse alla guida in condizioni pericolose. Il giudice ha accolto la richiesta e pronunciato l’assoluzione piena perché il fatto non sussiste.
La decisione non costituisce formalmente un precedente vincolante per gli altri tribunali, ma offre una prima applicazione concreta dei limiti fissati dalla Corte costituzionale e potrà orientare gli altri procedimenti aperti sulla base della nuova norma.
Una persona assolta, una legge ancora da cambiare
«Il problema non era Elena: il problema è una legge che continua a colpire le persone sbagliate», ha dichiarato Antonella Soldo, presidente di Meglio Legale, che insieme all’avvocato Raffaele Minieri ha seguito e sostenuto il caso. L’associazione aveva trasformato la vicenda in un procedimento pilota, raccogliendo anche donazioni per sostenere le spese della difesa. «Questa sentenza – continua Soldo – restituisce giustizia a Elena, ma non cancella quello che ha dovuto subire in questi mesi. Ha perso il lavoro da insegnante a tempo indeterminato, è stata trascinata in un procedimento penale nel quale rischiava fino a due anni di carcere e una multa fino a 12 mila euro, pur non rappresentando alcun pericolo per la sicurezza stradale.» Per la Presidente di Meglio Legale «questa assoluzione è una vittoria per Elena, ma anche un monito per il legislatore: il nuovo articolo 187 va cambiato, prima che altre persone paghino un prezzo così alto per una norma ideologica e profondamente ingiusta. Oggi Elena è stata assolta. Adesso è la legge a dover essere processata».
L’assoluzione dimostra quanto fosse infondato il processo, ma anche quanto possa essere alto il prezzo di una norma costruita secondo una logica ideologica. Elena non rappresentava un pericolo per gli altri utenti della strada. Eppure ha perso la patente, il lavoro e la serenità, è stata sottoposta a un procedimento penale e ha dovuto difendersi dall’accusa di una condotta che il tribunale ha infine dichiarato inesistente.
La sicurezza stradale è un obiettivo serio, che richiede controlli affidabili e strumenti fondati sulle evidenze scientifiche. Proprio per questo non può essere confusa con la repressione del consumo di sostanze. Punire chi guida con capacità compromesse e mette a rischio se stesso e gli altri, è necessario; punire chi presenta una traccia biologica priva di relazione con la condotta di guida è invece ingiusto, inefficace e discriminatorio. La Corte costituzionale ha ristretto l’applicazione della legge per impedirne gli esiti più irragionevoli. Ma ha dovuto farlo attraverso una complessa operazione interpretativa, correggendo una formulazione scelta consapevolmente dal legislatore per eliminare il requisito dell’alterazione psicofisica. Il caso di Elena Tuniz mostra che non basta affidarsi, procedimento dopo procedimento, alla capacità dei giudici di contenere i danni.
Elena è stata assolta. Ora spetta al Parlamento modificare l’articolo 187 e riportare al centro della norma ciò che non avrebbe mai dovuto essere rimosso: l’accertamento di un’effettiva compromissione della capacità di guidare. Non è la presenza di una sostanza nel corpo a creare automaticamente un pericolo. È la guida in condizioni di alterazione. Tutto il resto appartiene alla morale, non alla sicurezza stradale.

