Il Perù ha aperto il mercato della cannabis a fini terapeutici… poi è arrivato l’ostacolo

29 Ottobre 2026

Camila Berriex

https://elplanteo.com/peru-mercado-cannabis-2019-2025/

Il Perù ha legalizzato la cannabis a fini terapeutici nel 2017. Da allora, ha istituito licenze per l’importazione, la commercializzazione e la produzione della pianta, ha creato un registro dei pazienti, ha autorizzato prodotti specifici e, in seguito, ha persino introdotto una modalità per la coltivazione collettiva.

A distanza di otto anni, il quadro normativo è definito, ma sorge spontanea una domanda: cosa è successo nel momento in cui si è trattato di trasformare tale quadro in un mercato capace di rendere effettivamente accessibili questi prodotti?

Uno studio, pubblicato da ricercatori legati alla Direzione Generale dei Medicinali, Forniture e Farmaci (DIGEMID), ha analizzato l’evoluzione del settore della cannabis tra il 2019 e il 2025, evidenziando un divario significativo tra ciò che il Perù ha autorizzato e ciò che è effettivamente giunto sul mercato.

Nell’arco di questo settennio, sono state concesse 79 licenze relative alla cannabis terapeutica e 37 prodotti hanno ottenuto la registrazione sanitaria. Tuttavia, solo 12 di questi 37 prodotti sono stati oggetto di almeno un’importazione reale.

In altre parole, disporre dell’autorizzazione alla vendita e garantire l’effettiva disponibilità di un prodotto si sono rivelate due cose ben distinte.

Mercato della cannabis in Perù: 79 licenze, ma quasi tutte per l’importazione

Il primo dato aiuta a comprendere il tipo di mercato che si è venuto a creare. Delle 79 licenze individuate dai ricercatori, 76 — ovvero il 96,2% — riguardavano l’importazione e la commercializzazione. Solo tre erano direttamente legate alla produzione. Tra queste, una riguardava la produzione di derivati ​​senza coltivazione, un’altra la produzione che include la coltivazione e una sola — concessa nel 2025 — riguardava la produzione artigianale tramite coltivazione collettiva.

Ciò che colpisce è che, nel 2021, il Perù ha ampliato la propria normativa includendo le associazioni di pazienti all’interno di un quadro giuridico per la produzione artigianale collettiva. Eppure, stando ai dati analizzati dalla DIGEMID, a distanza di quattro anni era stata rilasciata una sola autorizzazione secondo questo modello.

Il boom delle licenze è stato di breve durata

Anche il momento in cui sono state concesse le licenze è un aspetto significativo. Il mercato ha avuto un avvio solido: nel 2020 sono state rilasciate 30 licenze, seguite da altre 22 nel 2021. Successivamente, la tendenza ha subito un netto calo: 9 nel 2022, 7 nel 2023, 4 nel 2024 e 6 nel 2025. Gli autori descrivono questo processo come un’espansione iniziale, seguita da una contrazione operativa.

Ciò non significa necessariamente che la normativa abbia “fallito”. Lo studio è di natura descrittiva e non individua una causa univoca per questo rallentamento. Tuttavia, emerge un dato concreto: l’interesse iniziale a ottenere le autorizzazioni non si è mantenuto costante negli anni successivi.

Soprattutto, la stragrande maggioranza di tali licenze era finalizzata all’importazione di prodotti dall’estero, piuttosto che allo sviluppo di una solida filiera produttiva locale.

Inoltre, disporre di una registrazione sanitaria non garantisce che il prodotto arrivi

Il secondo livello emerge spostando l’attenzione dalle aziende ai prodotti.

Tra il 2019 e il 2025, la DIGEMID ha concesso 37 registrazioni sanitarie a prodotti derivati ​​dalla cannabis a uso medico. Alla fine del 2025, 23 di queste risultavano ancora valide, 10 erano state revocate su richiesta del titolare della registrazione e 4 erano scadute senza essere rinnovate.

La maggior parte — l’89,2% — è stata classificata come “prodotti naturali per la salute”. Le soluzioni a somministrazione orale hanno dominato il mercato, rappresentando 25 delle 37 registrazioni.

È proprio qui, tuttavia, che emerge uno dei dati chiave dello studio: 25 prodotti — pari al 67,6% del totale di quelli registrati — non sono mai entrati effettivamente nel Paese tramite importazione durante il periodo analizzato.

Solo dodici hanno varcato tale soglia.

Si tratta di una distinzione importante, poiché una registrazione sanitaria costituisce soltanto un’offerta potenziale. Affinché vi sia un’effettiva disponibilità, il prodotto deve essere importato, distribuito e immesso nella rete di fornitura autorizzata.

I ricercatori hanno esaminato proprio queste tre fasi: le licenze commerciali, i prodotti registrati e le importazioni effettivamente realizzate. Hanno concluso che i progressi a livello normativo hanno superato la disponibilità reale dei prodotti.

Sono emersi ostacoli anche all’interno dell’ambito medico. Il 75,7% dei prodotti registrati richiedeva una prescrizione che doveva essere trattenuta dalla farmacia, mentre i restanti potevano essere venduti con una ricetta medica standard.

Lo studio osserva che i requisiti di prescrizione e il grado di familiarità degli operatori sanitari con tali trattamenti potrebbero essere tra i fattori che influenzano l’accesso, sebbene i dati disponibili non consentano di misurare con precisione l’entità di tale influenza.

Cannabis in Perù: un mercato dai numeri enormi, ma concentrato nelle mani di pochissimi soggetti

Analizzando ciò che è effettivamente entrato nel Paese, emerge un altro aspetto degno di nota.

Tra il 2019 e il 2025, si sono registrate 172 operazioni di importazione, per un volume complessivo di 73.322,1 chilogrammi. I prodotti finiti hanno rappresentato il 96,6% di tale volume, mentre le materie prime hanno costituito appena il 3,4%.

Tuttavia, questo dato complessivo cela un livello di concentrazione straordinario. Solo due aziende, insieme, hanno coperto il 98,6% del volume importato: Khiron Perú è stata responsabile del 68,4%, mentre Anden Bio Naturals ha rappresentato un ulteriore 30,2%.

Una dinamica analoga si riscontra nell’origine dei prodotti: la Colombia ha fornito il 69,2% del volume e gli Stati Uniti il ​​30,6%. Insieme, queste due fonti hanno costituito la quasi totalità delle importazioni.

Di conseguenza, il mercato formale peruviano è diventato non solo fortemente dipendente dalle importazioni, ma anche altamente concentrato, con volumi controllati da un numero molto esiguo di operatori e provenienti da pochissimi Paesi.

Un ulteriore dettaglio significativo riguarda la tipologia di cannabis importata: il 99,6% del volume totale era costituito da cannabis non psicotropa. La cannabis psicotropa – ovvero prodotti contenenti concentrazioni rilevanti di THC – ha rappresentato appena lo 0,4%.

Tra i 12 prodotti registrati che sono stati importati, 9 erano indicati per il trattamento dell’epilessia o di crisi convulsive. Altri utilizzi documentati hanno riguardato il trattamento del dolore neuropatico o refrattario, della nausea e del vomito indotti da chemioterapia, nonché della spasticità associata a condizioni come la sclerosi multipla o lesioni del midollo spinale.

Il problema del Perù non è la mancanza di regolamentazione

Il Perù non si trova certo di fronte a un vuoto normativo. Dal 2017, il Paese dispone di una legge e dei relativi regolamenti, oltre a prevedere aziende autorizzate, registrazioni sanitarie, farmacie abilitate, importatori e un percorso legale per la coltivazione collettiva.

Lo studio condotto dalla DIGEMID rivela una realtà più complessa: sebbene ogni autorizzazione apra una possibilità, non vi è alcuna garanzia che questa si concretizzi effettivamente; una situazione analoga a quella che si riscontra in Paraguay.

Una licenza di importazione non implica che un’azienda effettui necessariamente delle importazioni. Una registrazione sanitaria non assicura che un prodotto arrivi effettivamente nel Paese. E l’autorizzazione legale alla coltivazione collettiva non significa che decine di associazioni possano formalizzarsi nell’immediato.

Gli stessi ricercatori sottolineano che i loro dati non consentono di stabilire quante persone abbiano bisogno di cannabis a fini terapeutici, quante riescano effettivamente ad accedere alle cure o quante finiscano per rivolgersi a canali esterni al mercato regolamentato; tuttavia, tali dati offrono una prospettiva diversa sul sistema.

A distanza di otto anni, il Perù è riuscito a costruire gran parte dell’impianto normativo per un mercato della cannabis a uso terapeutico. Ciò che rimane decisamente più complesso è garantire che tutte queste componenti funzionino in modo sinergico.