Il Marocco alle prese con la propria «Mpondoland»: cresce il malcontento tra i coltivatori di cannabis nella valle del Rif

19 Ottobre 2026

Alexandra Blackman, Cornell University USA

Eliot School of International Affairs, Washington DC

La “Mpondoland” del Marocco è la regione del Rif, nel nord del Paese, dove la cannabis viene coltivata da secoli. Sebbene il Regno abbia posto gli agricoltori del Rif al centro delle proprie riforme in materia di cannabis, solo a pochi di loro sono state concesse licenze di coltivazione; la maggior parte degli agricoltori rimane, di fatto, criminalizzata ed esclusa dal sistema.

Nel 2021, il parlamento marocchino ha approvato la legge 13–21, che ha legalizzato la coltivazione di cannabis per scopi medici, farmaceutici e industriali, mantenendo al contempo il divieto di uso ricreativo nel Paese.

La legge è entrata in vigore nel luglio 2021. Nel 2022, il Marocco ha istituito l’Agence Nationale de Réglementation des Activités Relatives au Cannabis (ANRAC, ovvero l’Agenzia nazionale per la regolamentazione delle attività legate alla cannabis). Nell’agosto 2024, il re del Marocco, Mohammed VI, ha concesso la grazia a oltre 4.800 persone coinvolte in casi legati alla coltivazione illegale di cannabis. Senza fare un riferimento esplicito all’Hirak al-Rif – un ampio movimento di protesta nato nella regione del Rif nell’ottobre 2016 – il regime ha risposto a una delle sue istanze concedendo la grazia agli agricoltori che dovevano rispondere di accuse legate alla coltivazione illecita di cannabis.

Tali iniziative spiccano in una regione in cui le pene previste per il possesso, l’uso e la vendita di sostanze stupefacenti sono estremamente severe. L’Arabia Saudita ha reso noto che, nel 2025, sono state eseguite oltre 300 condanne a morte; si stima che due terzi di queste fossero legate a reati connessi alla droga.

Nella vicina Tunisia, i tentativi di abbandonare le rigide politiche di contrasto agli stupefacenti – retaggio del repressivo regime di Ben Ali – si sono in gran parte arenati. Nel 2017, in seguito alle sollevazioni popolari e all’apertura politica nel Paese, il governo aveva introdotto riforme alla “Legge 52” per ridurre le pene detentive, che in precedenza prevedevano la reclusione obbligatoria per qualsiasi caso di possesso di droga. Tuttavia, la recente concentrazione di potere nelle mani del presidente Kais Saied ha segnato un ritorno a un approccio repressivo, caratterizzato da un rigido controllo di polizia e da pene severe per il possesso di sostanze stupefacenti.

La legge marocchina 13-21 «non è sufficiente»

Il Marocco, in controtendenza rispetto a tali dinamiche regionali, ha proceduto alla legalizzazione della cannabis per finalità limitate.

I critici della legge 13-21 sostengono che essa non si spinga abbastanza lontano, osservando come permanga la penalizzazione del possesso e della coltivazione di cannabis a fini ricreativi.

Aspetto ancora più rilevante per gli abitanti della regione del Rif – principale area dedita alla coltivazione di cannabis in Marocco – è che le riforme non pongono nuovi limiti al potere coercitivo dello Stato marocchino. Quest’ultimo, nel Rif, ha adottato un approccio particolarmente repressivo, utilizzando spesso la coltivazione illecita di cannabis come pretesto per attuare dure e vaste operazioni repressive contro la popolazione locale. Inoltre, l’amnistia riguarda solo una parte delle persone che devono rispondere di accuse legate alla coltivazione di cannabis.

Perché lo Stato marocchino ha introdotto queste riforme limitate? In che modo la riforma in materia di cannabis si inserisce nel più ampio contesto delle istanze avanzate dai movimenti politici mobilitati, e in che misura la recente normativa risponde a tali richieste?

La «Mpondoland» del Marocco: l’industria della cannabis nella regione del Rif

Nel corso degli ultimi decenni, le richieste politiche di riforma delle leggi marocchine sugli stupefacenti sono giunte con particolare forza dalla regione del Rif (un’area situata in corrispondenza e nei dintorni dei monti del Rif, nel nord del Paese). Il Rif rappresenta il principale centro di coltivazione di cannabis in Marocco; il Paese, nel suo complesso, è il maggior produttore di cannabis destinata al mercato europeo.

Nella regione del Rif, la coltivazione di cannabis costituisce una componente fondamentale della vita economica, sociale e politica locale. Si tratta di un’attività dalla lunga tradizione: sebbene le stime varino, si calcola che tra le 700.000 e il milione di persone dipendano dalla produzione di cannabis per il proprio sostentamento.

L’impatto sull’economia è molteplice: se da un lato i profitti per gli agricoltori sono limitati, dall’altro molti traggono vantaggio dal diffuso sistema di corruzione che ruota attorno a questo settore, ad esempio attraverso il pagamento di tangenti. Inoltre, il comparto possiede un notevole potenziale economico, come dimostrato altrove dai processi di legalizzazione.

Sebbene la repressione militare e di polizia nel Rif vada ben oltre la semplice applicazione delle leggi sugli stupefacenti, le politiche storiche del Paese in materia di droga hanno a lungo rappresentato un pretesto per una dura violenza statale contro gli abitanti della regione.
Nel 2018 è emerso che un quarto della popolazione carceraria in Marocco stava scontando una pena legata agli stupefacenti e che oltre il 60% delle persone in custodia cautelare era detenuto per reati connessi alla droga.
Agli agricoltori segnalati per la coltivazione illecita di cannabis vengono spesso bruciati i raccolti e distrutte le proprietà.

In una recente intervista rilasciata a *New Lines Magazine*, un abitante del Rif ha raccontato un’infanzia «segnata da drammatiche incursioni delle forze governative, che piombavano sui piccoli appezzamenti della sua famiglia in montagna per bruciarne i raccolti, distruggendo in poche ore il reddito di un intero anno». L’uomo ha dichiarato di ricordare ancora il senso di impotenza del padre, le grida della madre e il pianto delle sorelle.

Le ripercussioni sociali di tale repressione colpiscono anche chi non è direttamente coinvolto nel settore della cannabis. Il legame della regione del Rif con il mercato illecito degli stupefacenti ha infatti portato a una stigmatizzazione sociale collettiva di chiunque sia originario di quell’area. La marginalizzazione e la stigmatizzazione del Rif… è, dunque, anche il risultato della punizione collettiva inflitta dallo Stato marocchino al Rif, a causa di una presunta opposizione al regime.

Il movimento politico per la riforma

La violenta storia dei rapporti tra lo Stato e la regione del Rif, legata alla coltivazione della cannabis, si intreccia con la lunga tradizione di mobilitazione politica del Rif contro il potere centrale – una contrapposizione che ha coinvolto, nel tempo, i governi coloniali spagnolo e francese, così come i governi marocchini dell’era post-coloniale.

La profonda e radicata tensione tra lo Stato marocchino e la regione del Rif si riflette in molteplici questioni e dinamiche. Tali tensioni richiamano l’antica suddivisione del Paese tra *bilad al-makhzen* («terra del governo») e *bilad al-siba* («terra della dissidenza»). Il Rif, nello specifico, è stato definito «un’area in cui l’autorità statale è messa in discussione, a causa della persistente opposizione degli abitanti del Rif al regime marocchino».

Abd el-Krim al-Khattabi, attivista politico e leader originario del Rif che guidò una rivolta contro il dominio coloniale spagnolo negli anni Venti, viene spesso citato nel dibattito sull’attuale mobilitazione politica nella regione, a testimonianza delle rivendicazioni e dell’attivismo che caratterizzano il Rif da lungo tempo. Allo stesso modo, l’Intifada del Rif del 1958 e la repressione delle manifestazioni contro le misure di austerità nel 1984 occupano un posto di rilievo nella memoria collettiva, sia all’interno che all’esterno della regione.

Le richieste di riforma sono giunte sia dalle élite politiche che dai movimenti popolari. A livello delle élite, negli ultimi due decenni, alcuni esponenti politici vicini al monarca marocchino si sono fatti promotori di riforme. Nel 2009, Fouad Ali El Himma, stretto consigliere di re Mohammed VI e fondatore del Partito Autenticità e Modernità (PAM), ha auspicato l’avvio di un dialogo nazionale sulla legalizzazione della cannabis.

Nel 2014, il PAM ha presentato una proposta di legge per legalizzare la coltivazione di marijuana a fini terapeutici; figure di spicco del partito, come Mehdi Bensaid e Ilyas El-Omari, si sono espresse pubblicamente a favore di tale cambiamento normativo.

La proposta ha ottenuto il sostegno anche di un altro importante partito politico marocchino, l’Istiqlal. Nouredin Moudian, esponente dell’Istiqlal e rappresentante in Parlamento della provincia di Al Hoceima (nel Rif), è stato tra i primi a sollecitare un dialogo governativo sulla produzione di cannabis, definendone la coltivazione una «realtà, che ci piaccia o no». Moudian ha inoltre criticato il regime per la repressione attuata nei confronti dei coltivatori di cannabis e per la mancata creazione di opportunità economiche alternative per gli abitanti del Rif.

La Rift Valley è sempre stata un centro di resistenza popolare

A livello popolare, la regione del Rif è stata il fulcro di un importante e duraturo movimento di protesta, l’Hirak al-Rif («Movimento del Rif»), scaturito nell’ottobre 2016 in seguito alla morte di un venditore di pesce, Mouhcine Fikri, rimasto schiacciato nel compattatore di un camion della nettezza urbana dopo esservi saltato dentro nel tentativo di recuperare la merce che le forze di sicurezza locali gli avevano confiscato.

Sebbene la regione del Rif sia stata coinvolta in ondate di protesta di portata nazionale – come il «Movimento del 20 febbraio» nel 2011 e il movimento «GenZ212» nel 2025 – l’Hirak, di natura più circoscritta, si è rivelato un fenomeno particolarmente tenace all’interno del Rif.

Pur avanzando una lunga serie di rivendicazioni, tra cui maggiori investimenti in ambito economico e formativo per la regione, gli attivisti dell’Hirak al-Rif hanno posto l’accento su alcune istanze chiave: la richiesta di riforme riguardanti la politica dello Stato marocchino in materia di cannabis e l’esercizio del suo potere coercitivo nella regione. Nello specifico, sono state avanzate richieste per «l’abrogazione del decreto del 1958 che dichiarava Al Hoceima zona militare; […] l’archiviazione di tutte le accuse legali contro i coltivatori di cannabis; […] e la nomina di funzionari pubblici competenti e impegnati nella tutela dei diritti umani».

Tali riforme riflettono la lunga esposizione della regione del Rif al potere coercitivo dello Stato marocchino, una condizione aggravata, tra l’altro, da leggi antidroga che hanno fornito il pretesto per periodiche e dure operazioni repressive.

Il movimento politico che reclama riforme trova sostegno anche negli stessi coltivatori di cannabis, i quali rappresentano un esempio di quello che Asef Bayat ha definito un «non-movimento sociale»[23]. Molti di questi agricoltori hanno continuato a coltivare cannabis per decenni, nonostante la repressione statale.

Nel corso di diversi decenni, questo insieme di azioni individuali e familiari – prive di un coordinamento centrale – ha dato vita a una sfida quotidiana, ma incisiva, allo Stato marocchino e alle sue politiche. Una parte di tale frustrazione popolare nei confronti dello Stato emerge anche dai recenti dati sull’opinione pubblica: in un sondaggio nazionale del 2023, il livello di soddisfazione verso il governo tra gli intervistati nel Rif è risultato inferiore rispetto a quello rilevato nelle altre aree del Paese.

Le riforme del governo marocchino non risolvono le problematiche del Regno legate alla cannabis

Nel 2021, il Marocco ha legalizzato la coltivazione di cannabis per scopi medici, farmaceutici e industriali, pur mantenendo il divieto di uso ricreativo. Questa riforma segna l’inizio di un nuovo approccio alla gestione del settore della cannabis nel Paese? E risponde alle richieste dei vari attori precedentemente menzionati?

La legalizzazione della coltivazione di cannabis a fini medici o industriali è in linea con il tipo di riforme auspicato da una parte dell’élite politica marocchina già oltre un decennio fa. La legge 13-21 ha aperto la strada alla creazione dell’Agence Nationale de Réglementation des Activités Relatives au Cannabis (ANRAC), che rilascia licenze ai coltivatori di cannabis che ne fanno richiesta allo Stato.
Ciò formalizza almeno una parte dell’economia legata alla cannabis, riducendo l’esposizione dei coltivatori autorizzati all’apparato coercitivo dello Stato marocchino.

È meno chiaro come la legge venga accolta a livello popolare. Da quando, nel 2021, la legalizzazione della coltivazione di cannabis per scopi medici o industriali è diventata legge, vi sono segnali di un miglioramento nel rapporto tra lo Stato e la regione del Rif. In un’intervista, un coltivatore di lunga data ha affermato che “la legalizzazione è libertà”, intendendo, in particolare, la libertà dalle molestie della polizia.

Un altro coltivatore ha sottolineato l’impatto della legalizzazione sulla paura e sulla stigmatizzazione, dichiarando: “Ora posso dire senza timore di essere un coltivatore di cannabis”. E non si tratta di opinioni isolate: l’ANRAC ha riferito che nel 2025 sono state rilasciate licenze a circa 5.000 coltivatori, contro poco più di 400 nel 2023.

Tuttavia, alcuni sostengono che le riforme del regime marocchino non siano sufficienti. In particolare, la legge 13-21 non ha pienamente depenalizzato la cannabis, né ne ha legalizzato l’uso ricreativo, né ha previsto misure riparatorie su larga scala per coloro che hanno subito le conseguenze dell’apparato coercitivo statale a causa di attività che oggi risultano legalizzate.

I critici sostengono che la legge tuteli gli interessi delle grandi aziende desiderose di trarre profitto da un settore redditizio, anziché quelli dei coltivatori di cannabis e delle comunità del Rif, che in passato hanno dovuto affrontare la violenza dello Stato e un accesso limitato alle opportunità economiche.

Le riforme hanno portato con sé una nuova forma di proibizionismo

In effetti, alcune testimonianze suggeriscono che, negli anni successivi alla legalizzazione, lo Stato abbia intensificato l’azione repressiva contro la coltivazione illecita di cannabis. Altri critici osservano che il processo di rilascio delle licenze da parte dell’ANRAC si è rivelato lento e oneroso per gli agricoltori, poiché l’agenzia richiede permessi per ogni fase della filiera. Una volta ottenuta la licenza, i coltivatori sono tenuti ad aderire a una specifica cooperativa; tuttavia, a quanto si dice, tali cooperative ritardano spesso i pagamenti ai produttori.

Tutti questi fattori hanno alimentato lo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti delle riforme, limitando o rallentando, verosimilmente, l’adesione al sistema di licenze dell’ANRAC. Nel 2025, la coltivazione legale di cannabis copriva circa 6.000 ettari, a fronte di quasi 28.000 ettari destinati alla produzione illecita.

Oltre alle difficoltà legate alle licenze, il mercato della cannabis a fini ricreativi rimane fiorente; secondo alcuni agricoltori, i profitti in questo ambito sono più elevati, il che giustifica i rischi di subire molestie o violenze da parte delle autorità statali. Alcuni hanno invocato ulteriori riforme che mettano al centro i bisogni sociali ed economici dei coltivatori, proponendo un’ulteriore depenalizzazione della coltivazione di cannabis per uso ricreativo. Fino ad allora, è probabile che il “non-movimento” sociale degli agricoltori del Rif continui a persistere.

La frustrazione verso le politiche statali e la sfiducia nei confronti del regime ostacolano l’attuazione della nuova legge, esponendo al contempo parte della comunità a una rinnovata repressione statale a causa delle coltivazioni prive di licenza, dando così vita a un circolo vizioso.

L’antropologo Khalid Mouna ha osservato che gli agricoltori del Rif «fuggono da tutto ciò che rappresenta lo Stato, a causa della repressione e dell’abbandono di cui sono stati a lungo vittime», incluso il nuovo quadro normativo per la coltivazione legale di cannabis. In questo perdurante clima di sfiducia, è improbabile che la sola Legge 13-21 riesca a risolvere le tensioni, radicate da tempo, tra lo Stato marocchino e la regione del Rif.