24 Giugno 2026
https://elplanteo.com/proyecto-ley-izquierda-legalizar-marihuana-argentina/
I deputati Nicolás del Caño e Myriam Bregman, della coalizione Fronte di Sinistra Unità, hanno presentato un disegno di legge che legalizza la marijuana, i suoi semi e i suoi derivati in tutta l’Argentina. La proposta autorizza la vendita regolamentata, tutela la coltivazione domestica individuale e collettiva, istituisce associazioni senza scopo di lucro e propone un’amnistia per le persone condannate per reati legati alla pianta.
Non si tratta semplicemente di depenalizzare il possesso o di ampliare l’accesso alla cannabis terapeutica: il disegno di legge mira a spostare l’intera filiera della cannabis, dal seme alla commercializzazione, fuori dal sistema giudiziario penale e in un nuovo quadro giuridico.
In un contesto segnato dagli ostacoli incontrati dal programma REPROCANN, dall’incerta chiusura di ARICCAME e dalla persistente persecuzione di consumatori e coltivatori, il disegno di legge riporta in primo piano una questione che la politica argentina ha evitato per anni: se la cannabis è già presente nella vita sociale, sanitaria ed economica del Paese, chi dovrebbe regolamentarla e come?
Ciò che il progetto propone: una legalizzazione completa, non solo la depenalizzazione
Il punto di partenza del progetto è, fin dall’inizio, ambizioso e completo: dichiarare la cannabis, i suoi semi e i suoi derivati sostanze legali in tutta l’Argentina. L’iniziativa non si limita a consentire il possesso per uso personale o ad ampliare l’accesso alla cannabis terapeutica, ma mira a legalizzare praticamente l’intera filiera produttiva legata alla pianta.
Secondo il testo presentato da Del Caño e Bregman, la cannabis diventerebbe legale per:
• Semina e coltivazione
• Raccolta e produzione
• Stoccaggio
• Commercializzazione e distribuzione
• Acquisizione e possesso
• Consumo, sia terapeutico che ricreativo
La situazione è la seguente: in Argentina, gran parte del dibattito pubblico sulla cannabis tende a rimanere intrappolato tra due estremi: l’accesso terapeutico, da un lato, e l’uso ricreativo o ricreativo (e il relativo perseguimento penale), dall’altro. Ciò che questo progetto si propone di fare è spostare tale confine e proporre una regolamentazione completa, in cui la pianta cessi di essere trattata esclusivamente come un problema medico, di polizia o giudiziario.
L’articolo 2 fa un ulteriore passo avanti, autorizzando la vendita di cannabis e dei suoi derivati su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, non propone un’apertura completamente indipendente dallo Stato: per esportare uno qualsiasi di questi prodotti, sarebbe necessaria l’autorizzazione preventiva del Ministero della Salute. Questo dettaglio stabilisce una prima linea di regolamentazione all’interno di una proposta che, a prima vista, potrebbe essere interpretata come una legalizzazione generalizzata e priva di sfumature.
Qui risiede uno degli aspetti politici chiave del testo: legalizzare non significa necessariamente liberalizzare tutto senza regole, ma piuttosto portare alla luce una pratica diffusa e discutere le condizioni in cui essa dovrebbe esistere.
In questo senso, l’iniziativa mira a qualcosa di più profondo del semplice allontanamento dei consumatori dalla sfera criminale: propone di inserire la cannabis in un quadro giuridico completo, che comprenda tutto, dal seme allo scaffale del supermercato, dalla coltivazione domestica alla regolamentazione commerciale.
La vendita legale dovrebbe essere controllata dallo Stato, ma la coltivazione domestica no
Uno degli aspetti più interessanti del disegno di legge è la separazione tra la regolamentazione del mercato e la vita privata di consumatori e coltivatori.
L’iniziativa conferisce all’Amministrazione Nazionale per i Farmaci, gli Alimenti e le Tecnologie Mediche (ANMAT), o a qualsiasi agenzia che possa eventualmente sostituirla, il potere di autorizzare, registrare e supervisionare tutti i prodotti contenenti cannabis o suoi derivati destinati alla vendita.
In altre parole, se esiste una vendita, un marchio, un prodotto, uno scaffale o un canale di distribuzione commerciale, dovrebbe esserci un controllo statale. La proposta include anche l’obbligo per i produttori di informare il pubblico sui componenti utilizzati nei prodotti a base di cannabis, comprese le loro formule.
In un mercato storicamente caratterizzato dall’informalità, l’obiettivo è quello di sostituire la mentalità del “non sai cosa c’è dentro” con una regolamentazione che fornisca informazioni accessibili a consumatori, pazienti e consumatori.
Tuttavia, il testo opera una distinzione significativa per quanto riguarda la coltivazione domestica. Secondo l’articolo 3, i prodotti coltivati individualmente o collettivamente in ambito domestico per consumo personale non dovrebbero essere soggetti ad alcun tipo di controllo statale. Ecco una delle definizioni politiche più chiare del progetto: dove c’è un mercato, ci sarà un controllo; dove c’è un uso puramente personale, non dovrebbe esserci sorveglianza statale.
Il confine proposto dall’iniziativa è tecnico, ma chiaramente ideologico. Per Del Caño e Bregman, lo Stato dovrebbe intervenire per regolamentare i prodotti commerciali, garantire l’accesso alle informazioni e controllare le condizioni sanitarie, ma non per perseguitare o sorvegliare coloro che coltivano per uso personale o collettivo. In questo senso, il progetto affronta una questione centrale per il movimento argentino per la cannabis: fino a che punto dovrebbe spingersi la regolamentazione e dove inizia il diritto di coltivare senza autorizzazione?
Questo equilibrio cerca anche di affrontare una tensione che attraversa quasi tutti i dibattiti sulla cannabis legale: come creare regole senza sostituire la criminalizzazione con una burocrazia impossibile da rispettare.
La proposta, almeno nella sua formulazione, mira a impedire che la coltivazione domestica rimanga intrappolata in registri, quote o meccanismi di controllo che finiscono per riprodurre ostacoli simili a quelli che molti utenti già denunciano nell’accesso alla cannabis terapeutica.
Circoli sociali, accesso gratuito ai farmaci e ricerca pubblica
Il progetto integra anche un concetto a lungo dibattuto all’interno del movimento per la cannabis: i cannabis social club. Secondo l’iniziativa, questi spazi potrebbero essere costituiti come organizzazioni senza scopo di lucro con un obiettivo specifico: garantire l’accesso alla cannabis, ai suoi semi e ai suoi derivati per i consumatori adulti.
La formulazione non li concepisce come imprese mascherate o unità commerciali tradizionali. Il testo chiarisce infatti che i club devono essere autonomi e non possono avere una dipendenza economica o funzionale da entità commerciali, religiose o di qualsiasi altro tipo. In altre parole, la proposta prevede una forma di organizzazione comunitaria, ma mira a separarla sia dal mercato privato sia da strutture esterne che potrebbero influenzarne il funzionamento.
Parallelamente, il progetto affronta anche una questione cruciale: l’accesso alla cannabis terapeutica. L’articolo 7 propone di includere nel programma istituito dalla Legge 27.350 tutti gli individui con un’indicazione medica per l’uso medicinale, terapeutico o palliativo della cannabis e dei suoi derivati. E non si limita alla registrazione: stabilisce che lo Stato deve garantire la fornitura gratuita a chi ne ha bisogno.
Dietro il dibattito sull’uso ricreativo della cannabis si cela un altro scenario ben noto a pazienti, madri, coltivatori locali e operatori sanitari: la lotta per l’accesso alla cannabis terapeutica, ostacolata da burocrazia, procedure di registrazione, costi e ritardi. Nella loro motivazione, gli autori citano le restrizioni all’accesso al REPROCANN (Registro Nazionale dei Produttori di Cannabis) e mettono in discussione le difficoltà di attuazione della legge vigente. Pertanto, il capitolo sulla cannabis terapeutica non è una semplice aggiunta di facciata, ma piuttosto parte di una critica più ampia al modo in cui lo Stato regola, ritarda o blocca completamente l’accesso.
L’iniziativa riserva inoltre spazio alla ricerca. L’articolo 8 propone che il potere esecutivo incoraggi studi sugli usi medicinali e industriali della cannabis attraverso accordi con università pubbliche nazionali e organizzazioni civili senza scopo di lucro. A questo punto, il testo tenta di allontanare la cannabis dall’ambito dell’eccezionalismo criminale e di collocarla in una sfera diversa: quella della salute pubblica, della produzione di conoscenza e dello sviluppo scientifico.
In questo modo, i cannabis club, i pazienti e la ricerca appaiono come tre tasselli dello stesso puzzle. Non si tratta solo di permettere la circolazione della cannabis, ma di definire i quadri sociali, sanitari e scientifici entro i quali ciò possa avvenire. Tra il mercato regolamentato e la coltivazione personale, il progetto apre una terza via: spazi collettivi senza scopo di lucro, accesso garantito a fini terapeutici e produzione pubblica di dati scientifici.
Ciò che non consente: pubblicità, consumo in spazi proibiti e vendita in luoghi sensibili
Sebbene il disegno di legge proponga una legalizzazione su vasta scala, stabilisce anche limiti specifici sui luoghi in cui i prodotti a base di cannabis potrebbero essere venduti, consumati e commercializzati.
Questo punto è fondamentale per comprendere lo spirito dell’iniziativa: legalizzare non significa consentire qualsiasi pratica ovunque, ma piuttosto rimuovere la marijuana dal sistema giudiziario penale e sottoporla a una regolamentazione specifica.
Innanzitutto, il testo vieta la vendita di prodotti a base di cannabis per uso ricreativo in luoghi considerati sensibili o ad alta frequentazione pubblica. L’elenco comprende istituti scolastici di ogni ordine e grado, uffici ed edifici pubblici, mezzi di trasporto pubblici, musei, club, cinema, teatri, stadi e ospedali o strutture sanitarie.
Prevede inoltre che fumare marijuana non sarà consentito negli stessi luoghi in cui è attualmente vietato fumare tabacco. In questo modo, il disegno di legge evita di presentare il consumo come una pratica priva di restrizioni e lo inquadra entro i parametri già stabiliti per altre sostanze legali. Il messaggio di fondo è chiaro: la cannabis cesserebbe di essere illegale, ma non diventerebbe legale in ogni contesto.
Un’altra limitazione significativa riguarda la comunicazione commerciale. L’iniziativa vieta la pubblicità, la promozione e la sponsorizzazione di prodotti a base di cannabis, sia direttamente che indirettamente, attraverso qualsiasi mezzo di diffusione o comunicazione. L’unica eccezione riguarda i prodotti destinati a scopi terapeutici.
Il disegno di legge impedisce inoltre a produttori e rivenditori di sponsorizzare o promuovere marchi in occasione di eventi o attività pubbliche. Qui emerge un’interessante distinzione politica: la legalizzazione proposta nel testo non è accompagnata da una massiccia campagna pubblicitaria ecologista. Consente l’accesso, ma blocca la promozione commerciale di massa.
Questo punto differenzia la proposta da altri possibili modelli di legalizzazione incentrati sulla crescita di un’industria di consumo. In questo caso, almeno secondo il testo del disegno di legge, la priorità sembra essere meno l’apertura di un nuovo spazio pubblicitario e più la regolamentazione dell’accesso, la riduzione dei danni, la prevenzione di procedimenti penali e l’istituzione di controlli sui prodotti che entrano nei canali commerciali.
Amnesty: il capitolo più politico del progetto
Il punto più delicato del disegno di legge si trova nell’articolo 12, che propone un’amnistia per le persone denunciate, processate o condannate in casi legati alla cannabis. Il testo include specificamente i casi di spaccio di marijuana a livello stradale, consumo, coltivazione domestica individuale e collettiva e prodotti derivati.
Secondo la formulazione dell’iniziativa, questa amnistia comporterebbe l’estinzione delle sentenze e dei relativi procedimenti penali, nonché la rimozione della persona da qualsiasi registro pubblico collegato a tali casi.
Si tratta di un punto delicato perché non si limita a modificare le norme per il futuro: mira anche ad affrontare gli effetti concreti della criminalizzazione sui fascicoli processuali, i precedenti, la storia giuridica e le vite segnate da procedimenti penali.
Questo capitolo si propone di una revisione riparativa del danno penale causato da decenni di proibizionismo. Mentre gli articoli precedenti discutono di come la cannabis dovrebbe essere regolamentata in futuro, l’amnistia si interroga su cosa fare con coloro che sono già stati puniti, indagati o coinvolti nel sistema giudiziario per condotte che il disegno di legge stesso intende legalizzare.
È qui che emerge una delle maggiori tensioni politiche della proposta. Per i suoi autori, consentire semplicemente l’accesso legale non sarebbe sufficiente se le conseguenze penali di un modello che considerano fallimentare rimanessero in vigore. La legalizzazione, in questo contesto, non sarebbe solo una porta d’accesso a nuovi diritti, ma anche una forma di riparazione per le ingiustizie che hanno colpito in particolare consumatori, coltivatori e comunità operaie.
L’inclusione dello spaccio di droga su piccola scala rende il dibattito ancora più complesso. Il disegno di legge lo menziona esplicitamente tra i casi coperti dall’amnistia quando riguarda la marijuana o i suoi derivati. Questo punto sarà probabilmente al centro di gran parte delle critiche perché tocca un confine storicamente controverso tra consumo, sussistenza, persecuzione selettiva e reati associati al mercato illegale.
Pertanto, l’amnistia funge da fulcro politico dell’iniziativa. Costringe a discutere se una regolamentazione completa debba guardare solo al futuro o se debba anche affrontare le esigenze di coloro che sono intrappolati nel meccanismo penale del proibizionismo.
I fondamenti: una critica frontale della legge sugli stupefacenti
Nella sua motivazione, il progetto chiarisce che la discussione non inizia né finisce con la cannabis. Del Caño e Bregman collocano l’iniziativa all’interno di una più ampia critica al proibizionismo, alla cosiddetta “guerra alla droga” e, in particolare, alla Legge 23.737 sugli stupefacenti, promulgata nel 1989 e tuttora in vigore in Argentina.
Secondo gli autori, questa legge non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi che si proponeva di affrontare. Al contrario, sostengono che abbia aggravato la criminalizzazione di consumatori e coltivatori, soprattutto tra i giovani e le comunità operaie, mentre il commercio illegale ha continuato a crescere secondo diverse logiche di potere, impunità e violenza. In questo modo, lo Stato ha trovato più facile perseguire chi consuma o coltiva piuttosto che le strutture che effettivamente traggono profitto dal mercato clandestino.
Il testo riprende anche un concetto storico del movimento per la cannabis: il proibizionismo non ha impedito il consumo, ma lo ha reso più rischioso.
Secondo la motivazione, l’illegalità costringe le persone ad accedere a sostanze senza informazioni, senza controlli sanitari, con potenziali adulterazioni e all’interno di circuiti in cui non esistono garanzie minime su ciò che viene acquistato o consumato.
La motivazione sottolinea inoltre che la stigmatizzazione della cannabis non è stata un processo naturale, bensì una costruzione storica. Il disegno di legge collega il proibizionismo moderno alle decisioni politiche del XX secolo, prima negli Stati Uniti e poi a livello internazionale, in particolare a seguito della Convenzione unica delle Nazioni Unite sugli stupefacenti del 1961. Questa genealogia mira a dimostrare che l’illegalità non è sempre esistita e che, pertanto, può essere oggetto di revisione.
In quest’ottica, l’iniziativa propone che la legalizzazione della marijuana in Argentina si inserisca in una più ampia politica di regolamentazione, prevenzione, riduzione del danno e accesso all’informazione.
Non si tratta solo di punizione, ma di sostituire la persecuzione con strumenti pubblici in grado di fornire una migliore assistenza: controlli sui prodotti commerciali, educazione al consumo, accesso a prodotti medicinali e supporto per coloro che presentano problemi di dipendenza.
REPROCANN, ARICCAME e il contesto argentino
Il disegno di legge arriva in un momento particolarmente teso per la politica sulla cannabis in Argentina. Nelle loro argomentazioni, Del Caño e Bregman non solo mettono in discussione la Legge sugli stupefacenti, ma anche le difficoltà nell’attuazione della Legge 27.350, le restrizioni all’accesso a REPROCANN (il Registro Nazionale della Cannabis per la Cannabis Terapeutica) e la chiusura dell’Agenzia Regolatrice per l’Industria della Canapa e della Cannabis Terapeutica (ARICCAME) durante l’amministrazione di La Libertad Avanza (La Libertà Avanza).
REPROCANN è stato creato come strumento per regolamentare e proteggere l’accesso alla cannabis terapeutica. In parole semplici, è il registro del Ministero della Salute che collega i singoli individui con prescrizioni mediche, i coltivatori solidali, i professionisti e le istituzioni, e stabilisce le condizioni per la coltivazione, il trasporto e il possesso di cannabis a fini terapeutici o palliativi. Tuttavia, negli ultimi anni, questo sistema è diventato anche un barometro delle tensioni tra pazienti, coltivatori, medici, organizzazioni e Stato. Abbiamo monitorato questo deterioramento da diverse angolazioni: ritardi, incertezza amministrativa, tentativi di limitare le patologie coperte e soluzioni provinciali emerse in risposta alla lentezza a livello nazionale.
Nel 2024, ad esempio, si segnalava già che il Ministero della Salute stava valutando la possibilità di ridurre il REPROCANN (Registro Nazionale della Cannabis Terapeutica) a nove patologie, sostenendo di voler dare priorità a quelle con le prove scientifiche più solide. Si registravano inoltre ritardi di oltre un anno nell’ottenimento delle autorizzazioni e più di 600 ONG erano in attesa di essere registrate nel sistema per poter operare con certezza giuridica.
Questo scenario spiega perché alcune province abbiano iniziato a cercare soluzioni autonome. Ad esempio, Mendoza ha proceduto con una regolamentazione locale per la cannabis terapeutica in risposta agli ostacoli del REPROCANN, mentre Salta ha promosso un proprio registro provinciale per semplificare le procedure e fornire risposte più chiare a pazienti e famiglie. Altre province hanno adottato misure simili in risposta alle proprie specifiche esigenze locali.
L’altro punto cruciale è l’ARICCAME (Associazione dei governi regionali della provincia di Salta). L’ente era stato creato per regolamentare il settore della canapa e della cannabis terapeutica, un settore che necessita di licenze, tracciabilità, sementi registrate, controlli sanitari e una chiara rappresentanza istituzionale. Ma la chiusura o lo smantellamento di questo quadro normativo ha reso il settore estremamente vulnerabile.
La mancanza di coordinamento tra ARICCAME e INASE ha bloccato l’accesso alle sementi legali e ha costretto le aziende a operare senza garanzie, compromettendo la tracciabilità genetica e la qualità sanitaria.
In altre parole, mentre il governo nazionale taglia o smantella parti del sistema normativo esistente, il progetto proposto mira ad andare nella direzione opposta: ampliare i diritti, legalizzare l’intera filiera, garantire la fornitura gratuita ai pazienti con prescrizione medica e sottrarre la coltivazione personale al controllo statale.
Si tratta, in sostanza, di un dibattito su quale tipo di Stato dovrebbe esistere attorno a una pratica che, nonostante le restrizioni, è già parte integrante della vita sanitaria, produttiva e sociale del Paese.
Quali sono le probabilità di successo di questo progetto e cosa resta ancora da discutere?
Sebbene il progetto riapra un dibattito fondamentale, il suo iter legislativo rimane incerto. L’iniziativa prevede che, se approvata, la legge entrerebbe in vigore al momento della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e che il potere esecutivo avrebbe 60 giorni per regolamentarla e attuarla. Invita inoltre le province e la Città Autonoma di Buenos Aires ad adeguarsi alla legislazione nazionale.
Ma ovviamente, una legalizzazione completa della cannabis non si esaurisce in Parlamento. Dovrebbe poi tradursi in regolamenti, organismi di controllo, criteri sanitari, coordinamento federale, politiche di accesso, campagne di prevenzione e meccanismi concreti affinché l’amnistia non rimanga una mera dichiarazione. La lettera della legge può aprire la strada, ma è nell’attuazione che solitamente sorgono ostacoli, ritardi e vere e proprie controversie.
In questo senso, la novità risiede non solo nel contenuto, ma anche nel contesto politico in cui riemerge: con REPROCANN sotto esame, ARICCAME messa da parte e un movimento per la cannabis che continua a chiedere regolamentazioni in grado di tutelare consumatori, pazienti, coltivatori e organizzazioni.
Pertanto, al di là delle sue immediate possibilità parlamentari, la proposta si configura come un intervento politico in un dibattito che l’Argentina non ha ancora concluso.
La cannabis dovrebbe continuare a operare all’interno di registri restrittivi, permessi frammentati e con la minaccia di procedimenti penali? Oppure è giunto il momento di discutere di una regolamentazione che riconosca ciò che già esiste nella pratica: coltivazione domestica, club, uso terapeutico, consumo ricreativo, produzione, ricerca e commercio?
La risposta, per ora, è tutt’altro che definita. Ma il progetto di Del Caño e Bregman riorganizza ancora una volta il dibattito attorno a un’idea scomoda per il vecchio consenso proibizionista: se la cannabis è già parte integrante della vita sociale, sanitaria, giudiziaria ed economica del Paese, la vera questione potrebbe non essere più se debba esistere, ma chi la regola, secondo quali regole e con quali diritti.

