Cannabis, guerra e Caraibi: la denuncia di Junior “Spirit” Cottle

6 Maggio 2026

Redazione

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Da Saint Vincent e Grenadine una dura denuncia contro il militarismo antidroga USA e i suoi effetti devastanti sui Caraibi e sui coltivatori tradizionali.

Junior “Spirit” Cottle è un coltivatore tradizionale di cannabis di Saint Vincent e Grenadine e presidente del Cannabis Revival Committee, organizzazione che rappresenta le comunità storicamente legate alla coltivazione dell’erba nei Caraibi. La sua lettera aperta, diffusa dal Transnational Institute (TNI), offre uno sguardo diretto e concreto sugli effetti che la nuova escalation militare statunitense nella regione produce non solo sul Venezuela, ma anche sulle economie popolari, sui pescatori e sui piccoli produttori caraibici, stretti tra militarizzazione, proibizionismo e insicurezza crescente.

Il blocco militare degli Stati Uniti – Il suo potenziale impatto sulla regione, e su Saint Vincent e Grenadine in particolare

Di Junior “Spirit” Cottle

Sono passati cinque mesi da quando il governo degli Stati Uniti, guidato da Donald Trump, ha imposto un blocco militare contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, con il pretesto della lotta alla droga. Per il popolo venezuelano è stata un’esperienza molto dolorosa. Ha perso il proprio Presidente, ha subito molte vittime, oltre a gravi arretramenti socioeconomici. Ma, oltre a colpire il popolo venezuelano, questa situazione ha colpito anche altri popoli e Paesi della nostra regione, compreso Saint Vincent e Grenadine (SVG), su cui si concentrerà questo contributo. Da allora, diverse imbarcazioni da pesca della regione sono state fatte esplodere e i loro occupanti uccisi, con il pretesto che fossero “narcoterroristi”. Nessuna prova, nessun processo: solo esecuzioni sommarie.

In quanto anch’io coltivatore tradizionale di cannabis – categoria che, incidentalmente, rientra negli obbiettivi di Trump sulle droghe e sui trafficanti di droga, ed espone quindi anche i nostri coltivatori tradizionali a un destino altrettanto rischioso – e in quanto presidente del Cannabis Revival Committee (CRC), un’organizzazione di coltivatori tradizionali, condanno con forza l’azione dell’esercito statunitense.

Chissà, uno qualunque di noi potrebbe essere il prossimo. Come coltivatori tradizionali, siamo tutti potenziali candidati.

Con il blocco militare, e con la continua e indiscriminata distruzione delle imbarcazioni dei nostri pescatori, a Saint Vincent e Grenadine stiamo assistendo alla trasformazione della nostra regione da zona di pace a zona di guerra: una situazione che non può che rendere la vita più miserabile per noi come popolo e, nel caso di SVG, colpire in modo particolarmente duro soprattutto i coltivatori tradizionali. Devo dire che la prospettiva di una vita miserabile per noi coltivatori tradizionali non è mai stata così cupa.

Questo non significa avallare l’illegalità delle nostre attività di coltivatori tradizionali. Ma i fatti sono fatti. La cannabis, legale o illegale che sia, è qui per restare. Contribuisce in modo significativo al nostro sviluppo socioeconomico e culturale. Per come stanno le cose, possiamo gestirla al meglio facendo tutto il possibile per eliminarne i danni o, almeno, per ridurli in modo significativo.

Basta guardare ai principali fornitori della regione per capire la situazione. Per esempio, Giamaica, Colombia e Saint Vincent e Grenadine sono i tre principali fornitori di cannabis della regione, oltre a esserne i principali produttori. Come prevedibile, il blocco militare e la distruzione delle barche dei pescatori hanno avuto un impatto significativo sul commercio proveniente dalla Colombia, mentre l’uragano Melissa, avendo gravemente danneggiato l’industria della cannabis in alcune zone della Giamaica, ha provocato un grosso arretramento dell’offerta di quel Paese. Due su tre vengono meno, ne resta uno: SVG.

Sebbene SVG sia il maggiore fornitore di cannabis della regione, se si considerano i singoli Paesi e la loro collocazione geografica, e sia probabilmente uno dei maggiori produttori al mondo in rapporto alle sue dimensioni e alla popolazione, la sua capacità di soddisfare la domanda regionale è limitata. Ma la realtà è che rappresenta la migliore opzione possibile per i trafficanti di droga dell’area circostante: una situazione che pone sfide molto serie sul piano della gestione.

Si pensi, ad esempio, al previsto maggiore afflusso di trafficanti di droga dalla regione e da oltre i suoi confini, al possibile aumento dell’importazione di armi e munizioni, così come alla potenziale violenza che ne deriverebbe. Per non parlare della creazione di nuove alleanze tra i nostri trafficanti locali e i loro omologhi regionali e internazionali, che in alcuni casi potrebbero essere molto più esperti, più duri e più spietati. Dio ce ne scampi.

E non serve essere degli scienziati per capire quale potrebbe essere la conseguenza di tutto questo, compreso il rischio di diventare un “narco-Stato”. Non possiamo assolutamente permetterci una simile situazione. Parlando di questa vicenda con un amico, lui mi ha detto: “Spirit, stai guardando troppo il lato oscuro”. Il punto è che, in tempi come questi, dobbiamo prepararci al peggio. Avremo bisogno di capacità di gestione efficaci per evitarlo. I nostri leader sono pronti?

Non dimentichiamo che abbiamo un Paese da costruire e un’industria – quella della cannabis – protetta dalla legge, da difendere, e dobbiamo farlo nel miglior interesse del nostro Paese e del nostro popolo.