20 Ottobre 2026
https://www.clinicaltherapeutics.com/article/S0149-2918(26)00317-6/fulltext
Sulla prestigiosa rivista Clinical Theapeutics è stata pubblicata una interessante rassegna a cura di ricercatori brasiliani. Data la sua importanza, ne riportiamo ampi stralci.
Una scienza nata sotto il proibizionismo
La traiettoria del sistema endocannabinoide (ECS) illustra un caso particolare di disallineamento storico tra scienza e politica. La chimica dei fitocannabinoidi iniziò ad essere chiarita da Mechoulam e collaboratori nel corso degli anni ’60, quasi contemporaneamente al consolidamento, in vari paesi, degli enti regolatori che classificavano la cannabis tra le sostanze più soggette a restrizioni. L’ECS stesso, i suoi recettori e i ligandi endogeni, sarebbero stati effettivamente caratterizzati solo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ovvero quando la cannabis era già soggetta a un regime di proibizione da circa due decenni in diverse giurisdizioni. La ricerca di base sull’ECS nacque quindi all’interno di un contesto normativo già ostile, piuttosto che contemporaneamente ad esso, il che fin dall’inizio ostacolò l’accesso dei ricercatori accademici a materiale vegetale standardizzato a scopo di ricerca. La classificazione come sostanza controllata nella categoria più restrittiva continua a essere citata dai ricercatori come uno dei principali fattori che scoraggiano la presentazione di proposte di finanziamento e la conduzione di studi clinici rigorosi. Di conseguenza, il settore ha accumulato decenni di ritardo strutturale rispetto ad altre aree della farmacologia con una maturità molecolare comparabile.
Barriere normative contemporanee alla ricerca clinica
Sebbene la legalizzazione medica abbia fatto progressi in decine di paesi e stati negli ultimi due decenni, le barriere normative alla ricerca non sono scomparse; hanno semplicemente cambiato forma. Recenti revisioni indicano che l’ottenimento di licenze di ricerca, l’accesso a fornitori certificati di materiale standardizzato e gli elevati costi di conformità normativa continuano a limitare la conduzione di studi clinici randomizzati su larga scala con cannabinoidi. Ciò sposta gran parte della produzione di evidenze nel settore verso le cosiddette “evidenze del mondo reale”. Gli studi osservazionali e i registri dei pazienti, pur essendo preziosi, non sostituiscono il gold standard degli studi controllati necessari per la piena integrazione di una terapia nella pratica clinica basata sull’evidenza. Oltre all’accesso a materiale standardizzato, il processo di autorizzazione per la ricerca accademica sulla cannabis continua a essere descritto come eccezionalmente lento rispetto a quanto richiesto per altre sostanze controllate con uso terapeutico consolidato, come gli oppioidi. Il rapporto delle National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine documenta che questa ulteriore burocrazia scoraggia attivamente i ricercatori all’inizio della carriera dall’entrare nel settore, creando un effetto a lungo termine sulla formazione delle nuove generazioni di specialisti in farmacologia dei sistemi endocannabinoidi. Questo effetto, a nostro avviso, scrivo gli autori, tende ad essere cumulativo: ogni generazione di ricercatori che non entra nel settore a causa di disincentivi normativi rappresenta anche una generazione di revisori, redattori e sviluppatori di linee guida cliniche che non acquisiscono sufficiente familiarità con la letteratura sui cannabinoidi – un’ipotesi interpretativa degli autori, non citata direttamente nelle fonti consultate, che contribuirebbe a spiegare lo scetticismo istituzionale documentato nelle sezioni seguenti.
Frammentazione normativa e assenza di standardizzazione del prodotto
Un ulteriore ostacolo, spesso sottovalutato, è l’assenza di standardizzazione internazionale nella composizione dei prodotti a base di cannabis. Le revisioni sistematiche dimostrano che la variabilità della concentrazione di cannabinoidi tra i lotti e persino tra i prodotti dello stesso produttore compromette la riproducibilità degli studi clinici e la capacità di tradurre i risultati specifici di un prodotto nella pratica clinica generale. Ad avviso dei ricercatori, questa frammentazione non è casuale: deriva direttamente dall’assenza di una struttura normativa internazionale armonizzata e riflette la stessa logica frammentata, giurisdizione per giurisdizione, che ha storicamente caratterizzato la politica di proibizione della cannabis. Studi che valutano formulazioni standardizzate di grado farmaceutico, come quelle prodotte secondo gli standard di Buona Pratica di Fabbricazione (GMP) da alcuni produttori specializzati, dimostrano che, quando la standardizzazione si verifica effettivamente, gli effetti farmacocinetici e farmacodinamici diventano sostanzialmente più prevedibili e comparabili tra i diversi studi. A nostro avviso, scrivono gli studiosi, ciò rafforza l’argomentazione secondo cui la variabilità osservata nella maggior parte del mercato non è una limitazione intrinseca della Cannabis come classe terapeutica, ma piuttosto una conseguenza diretta di un mercato regolamentato frammentato, in cui la maggior parte dei produttori non è soggetta agli stessi standard di controllo qualità richiesti ad altre industrie farmaceutiche.
Lo stigma sociale e clinico come barriera attiva
Le barriere normative non agiscono isolatamente; si intrecciano con il persistente stigma sociale che circonda la cannabis, anche nei contesti in cui l’uso medico è legalizzato. Studi qualitativi condotti in diversi sistemi sanitari, come quelli di Germania, Grecia e Canada, descrivono costantemente come i pazienti che utilizzano cannabis terapeutica debbano affrontare il giudizio morale degli operatori sanitari. Dal punto di vista dei professionisti, la ricerca mostra che l’incertezza sull’efficacia e la sicurezza, unita alla mancanza di formazione specifica durante gli studi universitari e la specializzazione medica, continua a essere citata come il principale ostacolo alla prescrizione, anche tra i medici favorevoli all’uso terapeutico della cannabis. L’interpretazione che ne danno i ricercatori è che questo duplice stigma, tra pazienti e professionisti, crei un ciclo che si autoalimenta: la mancanza di formazione alimenta l’esitazione clinica, che a sua volta limita la generazione di dati reali, rafforzando la percezione pubblica che la cannabis sia una terapia “non dimostrata”, quando, in realtà, gran parte del divario di prove deriva proprio dall’esitazione strutturale a studiarla.
La narrazione della “mancanza di scienza”
È frequente riscontrare, sia nella letteratura scientifica che nel dibattito pubblico, l’affermazione secondo cui la cannabis “manca di prove scientifiche”, un’affermazione che, pur essendo tecnicamente corretta per quanto riguarda la scarsità di solidi studi clinici randomizzati per la maggior parte delle indicazioni, oscura la vera causa di tale scarsità. Il sistema endocannabinoide (ECS) è uno dei sistemi regolatori meglio caratterizzati nella farmacologia molecolare contemporanea, con meccanismi plausibili già descritti per gli effetti analgesici, antinfiammatori, antiossidanti e immunomodulatori in condizioni che vanno dal dolore cronico alle malattie neuroinfiammatorie. A nostro avviso, scrivono gli autori, trattare la carenza di prove scientifiche come un problema puramente scientifico, senza riconoscerne l’origine regolatoria e sociale, perpetua un circolo vizioso in cui la mancanza di dati viene utilizzata per giustificare il mantenimento delle stesse barriere che impediscono la generazione di tali dati.
Conclusioni
Il caso dell’ECS illustra un modello più ampio nella storia della farmacologia: scoperte molecolari di comprovata rilevanza possono rimanere clinicamente sottoutilizzate per decenni quando la loro applicazione dipende da un contesto normativo e sociale ostile, piuttosto che da una limitazione intrinseca della ricerca di base. Come uscirne? In primo luogo, l’armonizzazione normativa internazionale, è una condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per consentire studi clinici randomizzati su una scala compatibile con lo standard richiesto per altre classi terapeutiche. In secondo luogo, meccanismi di finanziamento pubblico dedicati alla ricerca clinica sui cannabinoidi potrebbero ridurre la dipendenza quasi esclusiva dai finanziamenti dell’industria privata, attualmente un ulteriore fattore di potenziale distorsione nella generazione di evidenze. In terzo luogo, e forse in modo più urgente, programmi strutturati di formazione medica continua sulla farmacologia del sistema endocannabinoide e sull’uso clinico responsabile dei cannabinoidi potrebbero ridurre lo stigma clinico documentato tra gli operatori sanitari.
Infine, spetta alla comunità scientifica ed editoriale evitare di normalizzare l’affermazione secondo cui la cannabis “manca di prove” senza contestualizzare le ragioni strutturali di questa lacuna. Editori, revisori e responsabili delle politiche editoriali hanno un ruolo attivo nel modo in cui questo dibattito viene impostato: richiedere lo stesso rigore metodologico applicato ad altre classi terapeutiche è legittimo e necessario, ma ciò deve essere accompagnato dal riconoscimento esplicito che gran parte del ritardo nella generazione di queste prove è stato, e continua ad essere, imposto da barriere politiche e sociali, piuttosto che da un fallimento della scienza stessa relativa ai sistemi endocannabinoidi.
A più di sessant’anni dalla delucidazione strutturale del Δ⁹ – THC, la questione a cui la comunità scientifica e regolatoria deve ancora rispondere non è se il sistema endocannabinoide abbia una plausibile rilevanza terapeutica – le prove meccanicistiche a riguardo sono già abbondanti – ma se noi, come società, siamo disposti a rimuovere le barriere strutturali che continuano a ostacolarne una rigorosa indagine.
Sebbene questa rimozione non avvenga in modo sistematico, la ricerca clinica deve documentare, con lo stesso rigore richiesto a qualsiasi altra area terapeutica, sia gli effetti farmacologici dei cannabinoidi sia l’impatto misurabile di queste barriere strutturali sulla velocità e sulla qualità della produzione di evidenze. Nominare esplicitamente queste barriere normative, economiche e sociali come oggetto legittimo di indagine e dibattito editoriale è di per sé un passo necessario affinché la discussione sui cannabinoidi medicinali maturi: da una domanda ricorrente su “se la scienza esiste” a una domanda più onesta e produttiva su “cosa impedisce a questa scienza di realizzarsi pienamente”.
https://www.clinicaltherapeutics.com/article/S0149-2918(26)00317-6/fulltext

