Alla scoperta della straordinaria ripresa di Northern Leaf: dall’orlo del collasso a produttore da 8 milioni di sterline

6 Ottobre 2026

Ben Stevens

https://businessofcannabis.com/inside-northern-leafs-remarkable-turnaround-from-brink-of-collapse-to-uks-leading-cultivator/

Sembrava ormai certo che Northern Leaf, azienda di coltivazione di cannabis terapeutica con sede a Jersey, avrebbe seguito le orme di Curaleaf, Aurora e Tilray, diventando la superstar internazionale della cannabis delle Isole Britanniche.

Nel 2021, all’apice della “corsa all’oro verde” globale, Northern Leaf ottenne la prima licenza britannica per la coltivazione commerciale di cannabis ad alto contenuto di THC dai tempi di GW Pharmaceuticals (ora Jazz Pharmaceuticals) nel 1998.

A quel punto, l’azienda si era già assicurata circa 9.300 metri quadrati (100.000 piedi quadrati) di serre e aveva investito 12,5 milioni di sterline nell’acquisto e nell’adeguamento della struttura, con l’intenzione di investire ulteriori 6 milioni di sterline.

Nonostante il sostegno delle autorità di regolamentazione (il governo di Jersey), ingenti risorse finanziarie e la seconda licenza rilasciata dall’Home Office nella storia britannica, all’inizio del 2024 l’azienda si trovava sull’orlo della liquidazione, in difficoltà nel reperire capitale circolante e reduce dal fallimento di due tentativi di fusione nel giro di pochi mesi.

Si tratta, purtroppo, di una storia fin troppo comune nel settore della cannabis, che solitamente si conclude in questo modo. Ma il capitolo successivo di Northern Leaf è stato diverso. Due imprenditori esperti del settore hanno scommesso sul potenziale della struttura, convinti che con il team e la rete di contatti giusti avrebbe potuto avere successo, e hanno avviato un progetto per trasformare la capacità produttiva – in gran parte inutilizzata – in un’attività commercialmente valida.

I risultati finora ottenuti suggeriscono che avessero ragione…

Sotto la guida di un nuovo management team composto da coltivatori con oltre 50 anni di esperienza complessiva nel settore, l’utilizzo dell’impianto è passato da circa un quarto a tre quarti della sua capacità produttiva.

Oggi Northern Leaf impiega oltre 50 persone nei settori coltivazione, produzione, ingegneria, controllo qualità e gestione, confermandosi il principale datore di lavoro nel comparto della cannabis terapeutica a Jersey.

Nel 2025, l’azienda ha prodotto circa 6,75 tonnellate di cannabis terapeutica ed esportato quasi 3,6 tonnellate di infiorescenze essiccate in Germania, il suo mercato di riferimento. Quello stesso anno, il fatturato ha raggiunto gli 8 milioni di sterline – cinque volte la cifra dell’anno precedente – e l’azienda ha registrato il suo primo anno con EBITDA positivo.

Tali risultati sono il frutto di cambiamenti apportati praticamente in ogni ambito dell’attività: gestione finanziaria, genetica, coltivazione, lavorazione post-raccolta e strategie di commercializzazione.

Tuttavia, gli imprenditori artefici della svolta attribuiscono questi successi a una scommessa fatta nella primavera del 2024: l’idea che il problema di Northern Leaf non risiedesse nella struttura in sé, bensì nelle modalità del suo utilizzo.

La scommessa

Ed Wilkinson, oggi presidente di Northern Leaf, ha iniziato la sua carriera come coltivatore di cannabis, non come finanziere. In California ha fondato e sviluppato Half Moon Grow, la prima realtà autorizzata alla coltivazione commerciale di cannabis nella contea di San Mateo, inaugurando nel 2019 un impianto di coltivazione a luce mista di circa 11.000 metri quadrati (120.000 piedi quadrati).

In precedenza, Wilkinson aveva gestito un’azienda agricola nella contea di Humboldt, ottenendo nel 2016 – tra oltre 2.000 richiedenti – la seconda licenza in assoluto rilasciata dalle autorità locali. Ha guidato l’impresa attraverso il drastico crollo dei prezzi che ha colpito la California nel 2021, quando la quotazione per libbra è precipitata da un massimo di 2.000 dollari a 600 dollari o meno, causando il fallimento delle aziende più fragili.

Di conseguenza, quando è emersa la notizia che l’impianto di Northern Leaf era in vendita, Wilkinson ha intravisto una “Ferrari” celata sotto una montagna di ostacoli burocratici. Si trattava di una struttura già completata e certificata EU-GMP, offerta – a suo dire – a “meno di 10 centesimi sul dollaro”: un’opportunità che non poteva lasciarsi sfuggire.

Dopo aver racimolato i fondi necessari per presentare un’offerta da 2,5 milioni di sterline nel maggio 2024 – e aver trascorso notti insonni a riflettere sull’impresa in cui si stava lanciando – ha assunto ufficialmente il controllo della società nel luglio dello stesso anno.

I documenti aziendali riportano che due esperti del settore cannabis “hanno compiuto un atto di fiducia, trasferendo i fondi necessari in tempo per scongiurare il collasso dell’azienda”.

Wilkinson conosceva già Steven Tan, che stava valutando autonomamente l’azienda, e ha riconosciuto in lui l’amministratore delegato ideale per rimettere in carreggiata il business. Tan ha assunto la guida della società come CEO appena qualche settimana dopo, nel mese di settembre.

Entrambi ritenevano che il problema di Northern Leaf non risiedesse nell’impianto in sé, bensì nel divario tra l’ingente investimento effettuato e l’effettiva capacità di coltivare e vendere cannabis su larga scala con continuità. Ora che le chiavi della “Ferrari” erano passate nelle mani di esperti del settore, quella teoria stava per essere messa alla prova.

Lo stabilimento di Northern Leaf a Jersey ha prodotto 6,5 tonnellate nel 2025.

Una struttura priva di attività commerciale

Solo dopo aver esaminato a fondo la situazione, in seguito all’accettazione della sua offerta di salvataggio, Wilkinson comprese appieno cosa avesse appena acquistato.

In una lettera agli azionisti dell’aprile 2025, l’azienda dichiarò di aver ereditato debiti garantiti per circa 9 milioni di sterline legati allo stabilimento e alle attrezzature, oltre a 3,5 milioni di sterline dovuti a creditori preesistenti.

La strategia iniziale di Northern Leaf puntava alla quotazione alla Borsa di Londra. L’azienda annunciò l’intenzione di quotarsi nel 2021 e raccolse ulteriori investimenti negli anni successivi, ma l’IPO non si concretizzò.

All’inizio del 2024, la società aveva raccolto o ottenuto finanziamenti per oltre 30 milioni di sterline e ottenuto l’accreditamento EU-GMP, ma aveva generato ricavi per soli 400.000 sterline circa, lasciando gran parte della propria capacità operativa inutilizzata.

Un’operazione di acquisizione inversa (*reverse takeover*) proposta con l’azienda scozzese di CBD Voyager Life, concepita come soluzione di salvataggio, fallì nell’aprile 2024 poiché la raccolta fondi associata non raggiunse gli obiettivi prefissati. L’azienda rimase a rischio di liquidazione e necessitava urgentemente di capitale circolante.

Wilkinson e il suo socio in affari, Wray Herbert-King, insieme ad alcuni azionisti esistenti di Northern Leaf, intervennero con un prestito convertibile da 2,5 milioni di sterline, non garantito e a tasso zero per un periodo di tre anni.

Questo investimento garantì il futuro immediato dello stabilimento, ma trasformarlo in un’attività sostenibile avrebbe richiesto un approccio diverso alla gestione finanziaria, alla coltivazione e alle strategie di accesso al mercato.

Ricostruito dai coltivatori

Quando Tan e Wilkinson assunsero ufficialmente la guida dell’azienda, il lavoro di rilancio di Northern Leaf era già in corso.

Sul fronte finanziario, collaborarono con finanziatori e creditori preesistenti per ristrutturare le passività aziendali e definire quello che il consiglio di amministrazione ha definito un “percorso finanziario sostenibile per il futuro”.

I finanziatori e – per usare le parole dell’azienda – “la maggior parte dei nostri creditori” si mostrarono disponibili a collaborare con la nuova proprietà, consentendo al consiglio di delineare un “percorso finanziario sostenibile” e di passare “dalla fase di sopravvivenza a un vero e proprio piano di risanamento”.

I cambiamenti operativi furono ancora più profondi e riguardarono innanzitutto le varietà coltivate negli ampi spazi a disposizione dell’azienda. Tan, il nuovo amministratore delegato, è tanto un esperto di selezione varietale quanto un manager; Asaf Shaked, responsabile della coltivazione di Northern Leaf, gli riconosce il merito di aver introdotto gran parte del patrimonio genetico dell’azienda.

Steven Tan, CEO Northern Leaf

Il vivaio gestisce ora un processo continuo di selezione fenotipica (*phenohunt*): centinaia di piantine vengono coltivate e valutate, con uno scarto superiore al 90%, consentendo al team di individuare le due o tre piante più robuste da utilizzare come piante madri commerciali per le colture future.

Le nuove varietà, ha spiegato Shaked a *Business of Cannabis*, vengono scelte in base a resa, aroma, densità e facilità di lavorazione, oltre che per il contenuto di cannabinoidi.

“Se un prodotto non si vende, non si vende”, afferma Shaked. “Siamo quindi guidati dalla domanda del mercato”.

A valle, il team ha riorganizzato la linea di lavorazione per aumentare la capacità produttiva, sfruttando al contempo risorse precedentemente inutilizzate.

Andrew Dunlop, responsabile della produzione e degli impianti – che ha contribuito alla progettazione della struttura e vi lavora sin dalla sua costruzione – ha riferito che la produzione è aumentata quasi subito dopo l’acquisizione.

“Praticamente subito dopo che Ed ha acquistato l’azienda, siamo passati da un comparto a due, quasi dall’oggi al domani”, ha raccontato.

Il team è inoltre passato a lotti più grandi ma meno numerosi, riducendo i tempi di pulizia e ripristino tra i cicli produttivi, pur mantenendo invariati i controlli di qualità documentati.

Il processo, che “un tempo gestiva circa 100 kg in 32 giorni”, spiega Dunlop, ora ne lavora “circa 250 in otto giorni”.

Grazie a una struttura all’avanguardia, il team ha concentrato le priorità su output, resa, costi e qualità, e i risultati numerici hanno confermato la validità di questo approccio.

La combinazione di maggiore spazio di coltivazione, genetiche selezionate per le prestazioni commerciali e cicli produttivi più ampi ha permesso a Northern Leaf di incrementare notevolmente la produzione. Quella “Ferrari” stava iniziando a offrire le prestazioni che i nuovi proprietari avevano previsto.

Internalizzare una quota maggiore della catena del valore

Northern Leaf detiene la certificazione MHRA GMP Parte II e fornisce infiorescenze di cannabis terapeutica essiccate all’ingrosso come principio attivo farmaceutico. I suoi partner internazionali completano le fasi successive di produzione, confezionamento e branding prima che il farmaco raggiunga i pazienti.

L’azienda intende ora trasferire una parte maggiore di tale processo sull’isola e acquisire quello che Tan ha definito un maggiore “valore a valle”, a beneficio dell’intero comparto della cannabis di Jersey, trattenendo il valore in loco e garantendo standard qualitativi e di controllo superiori.

L’azienda ha già compiuto un passo in questa direzione grazie al proprio impianto di criopastorizzazione in loco.

Questo processo, che non prevede l’irradiazione, riduce la carica batterica e le muffe naturalmente presenti, preservando al contempo i delicati profili terpenici. Gestire internamente tale fase offre a Northern Leaf un maggiore controllo su ogni lotto e riduce la dipendenza da fornitori esterni.

“Mantenere questa capacità in loco significa integrarla nel nostro processo controllato, anziché esternalizzarla a terzi”, ha affermato Tan.

“Decidiamo se il trattamento sia necessario basandoci su analisi specifiche per lotto e sui dati di qualità, mantenendo al contempo la piena tracciabilità lungo tutto il processo”.

Un’opportunità per Jersey

Tan e Wilkinson sostengono che la comprovata esperienza di Jersey nella regolamentazione di settori complessi e la sua vicinanza all’Europa continentale offrano a Northern Leaf un percorso di accesso al mercato più rapido e prevedibile rispetto ai produttori di molte giurisdizioni concorrenti. Ritengono che tali vantaggi possano aprire maggiori opportunità per l’isola, di pari passo con la crescente domanda di cannabis a uso terapeutico.

“Grazie a un governo agile, una posizione strategica e un regime fiscale favorevole, Jersey ha l’opportunità di diventare un attore chiave nel settore globale della cannabis man mano che questo continua a svilupparsi”, ha affermato Wilkinson.

Tuttavia, Tan ha avvertito che concretizzare questa opportunità richiederà una collaborazione costante tra industria, governo e fornitori di energia.

L’energia incide per oltre il 30% sui costi di produzione di Northern Leaf, ha spiegato, rendendo il costo dell’elettricità un fattore sempre più critico in un contesto in cui la produzione globale si sta spostando verso giurisdizioni dai costi più contenuti.

“È fondamentale che le aziende energetiche comprendano di essere parte integrante delle dinamiche economiche della produzione locale di cannabis”, ha dichiarato Tan. “Le dinamiche del mercato globale indicano chiaramente che la produzione tenderà a concentrarsi nelle regioni caratterizzate da costi energetici ridotti. La soluzione risiede in una maggiore collaborazione, a beneficio di tutte le parti interessate, inclusa la collettività”.

Tan ha sottolineato la necessità che il quadro normativo di Jersey “continui a evolversi” di pari passo con lo sviluppo del mercato, mantenendo controlli “rigorosi e sicuri” e creando al contempo un ambiente favorevole che consenta al settore di competere a livello globale; a tal proposito, ha citato il rapido processo di autorizzazione all’esportazione dell’isola come esempio di un vantaggio competitivo già dimostrato da Jersey.

La prossima scommessa

Finora, la scommessa di Wilkinson – secondo cui l’impianto avrebbe potuto avere successo sotto la guida di operatori esperti – si è rivelata vincente. Northern Leaf ha rimesso in funzione infrastrutture precedentemente inutilizzate, incrementato la produzione e creato un canale di accesso al mercato.

La prossima sfida – condivisa con gli altri produttori di cannabis di Jersey – consiste nel trattenere una quota maggiore del valore generato a valle della coltivazione, occupandosi del trattamento, della lavorazione e, infine, del confezionamento dei medicinali finiti direttamente sull’isola.

Il tutto avviene mentre l’azienda valuta anche opportunità nei settori dell’importazione, della lavorazione e della distribuzione, in un contesto in cui la compressione dei prezzi e l’aumento dei costi energetici stanno ridisegnando il panorama della produzione di cannabis in Europa.

Un modello per gli asset in difficoltà?

Mentre prosegue il consolidamento del settore in Nord America ed Europa, i grandi operatori stanno acquisendo aziende di cannabis in difficoltà per assorbirne gli asset. La storia di Northern Leaf suggerisce un esito diverso.

I milioni investiti in impianti di coltivazione in tutto il mondo non devono necessariamente essere cancellati a bilancio quando i modelli di business originari falliscono. Con le giuste competenze operative, sistemi di qualità e accesso al mercato, tali asset possono ancora diventare commercialmente produttivi.

La prima scommessa di Wilkinson è stata quella di riuscire a far rendere al meglio la “Ferrari” di Northern Leaf. La prossima è che l’azienda riesca a trattenere una quota maggiore del valore che genera.