Cannabis legale, il ritorno sociale

5 Agosto 2026

Redazione

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Negli Usa la cannabis legale sostiene 412.500 posti di lavoro e ha versato agli Stati 28,4 miliardi di dollari: risorse sottratte al mercato clandestino.

Negli Stati Uniti il mercato legale della cannabis continua a produrre ciò che il proibizionismo, per sua natura, non può offrire: lavoro regolare, attività economiche controllabili e risorse fiscali da destinare alla collettività. I due nuovi rapporti pubblicati dal Marijuana Policy Project e da Vangst, insieme a Whitney Economics, restituiscono l’immagine di un settore ormai adulto, che attraversa difficoltà e contraddizioni ma che ha trasformato radicalmente l’economia della cannabis.

Dal 2014, quando in Colorado e nello Stato di Washington furono aperti i primi mercati regolamentati per l’uso adulto, le imposte sulle vendite legali hanno prodotto complessivamente oltre 28,4 miliardi di dollari per le casse statali. Il solo 2025 ha generato più di 4,57 miliardi, il valore annuale più alto mai registrato, secondo il rapporto del Marijuana Policy Project. Sette Stati hanno incassato oltre 200 milioni di dollari ciascuno. La California guida la graduatoria con poco più di un miliardo di dollari raccolti nel 2025 e oltre 7,7 miliardi dall’avvio delle vendite legali nel 2018. Seguono l’Illinois, con 552,6 milioni, il Michigan con 507,3 milioni e lo Stato di Washington con 495,8 milioni. Quest’ultimo, nonostante una popolazione di circa otto milioni di abitanti, ha accumulato più di 5,1 miliardi di entrate fiscali dal 2014. (MPP)

Non si tratta soltanto di cifre da inserire nei bilanci pubblici. I proventi della cannabis finanziano programmi sanitari, Medicaid, scuole e costruzione di edifici scolastici, abitazioni, strade, servizi per la salute mentale, trattamento delle dipendenze, formazione professionale, tutela ambientale e assistenza ai veterani. Una parte delle risorse viene inoltre utilizzata per cancellare le vecchie condanne per cannabis e sostenere le comunità colpite in modo sproporzionato dalla guerra alla droga. In California, ad esempio, decine di milioni di dollari sono stati destinati a programmi di reinvestimento comunitario, servizi per l’infanzia e progetti ambientali. In Illinois, il 25 per cento delle risorse disponibili confluisce nel programma Recover, Reinvest and Renew, rivolto ai territori maggiormente danneggiati dalla criminalizzazione: dal 2020 sono stati distribuiti quasi 500 milioni di dollari. Il Michigan destina invece quote consistenti alle scuole, alle infrastrutture stradali e agli enti locali che ospitano attività autorizzate. Nel solo esercizio fiscale 2025, più di 109 milioni sono andati al fondo scolastico e altrettanti ai trasporti.

La differenza rispetto al mercato clandestino è evidente. Nel regime proibizionista, gli enormi ricavi della cannabis alimentano organizzazioni criminali, corruzione e riciclaggio, mentre lo Stato sostiene i costi della repressione, dei procedimenti giudiziari e della detenzione. Con la regolamentazione, una parte del valore economico già esistente viene riportata alla luce, tassata e trasformata in servizi.  Il consumo di cannabis non nasce certamente dalla legalizzazione, ma con il regime legale cambia il soggetto che governa il mercato e beneficia delle sue entrate.

Accanto al gettito fiscale vi è l’occupazione. Il rapporto 2026 di Vangst e Whitney Economics stima che il settore legale impieghi direttamente 412.500 persone a tempo pieno nei quaranta mercati statali analizzati. Sono lavoratori della coltivazione, trasformazione, produzione, distribuzione, vendita, logistica e amministrazione, ai quali si aggiunge un indotto non interamente conteggiato fatto di consulenze, edilizia, sicurezza, tecnologia e servizi professionali. Il dato, tuttavia, è leggermente inferiore a quello dell’anno precedente. Per la prima volta dall’apertura dei mercati per uso adulto, le vendite legali nazionali hanno registrato una contrazione, attestandosi a 29,1 miliardi di dollari, mentre l’occupazione è diminuita del 2,7 per cento. Non è crollata la quantità di prodotti acquistati: sono soprattutto scesi i prezzi, schiacciati dalla sovrapproduzione e dalla concorrenza tra imprese, mentre i costi dell’energia, del lavoro e degli adempimenti normativi sono rimasti elevati.

Il mercato non procede però in modo uniforme. Gli Stati più maturi, come California e Michigan, attraversano una fase di consolidamento e riduzione dei margini, mentre quelli che hanno aperto più recentemente crescono rapidamente. New York ha aggiunto in un solo anno 16.160 posti di lavoro, con un aumento del 129 per cento, diventando il terzo Stato per forza lavoro del settore. Anche Maryland e Ohio hanno registrato migliaia di nuovi occupati. Secondo il rapporto, lo sviluppo dipende soprattutto dalla capacità delle istituzioni di rilasciare licenze, garantire l’accesso al mercato e trasferire la domanda dalle reti illegali alle attività autorizzate.

Le retribuzioni mostrano inoltre che non si tratta esclusivamente di lavoro agricolo poco qualificato. Un addetto alle vendite può guadagnare tra 17 e 26 dollari l’ora, mentre gli stipendi annuali dei responsabili dei negozi oscillano tra 65.000 e 110.000 dollari. Per i dirigenti della trasformazione e della coltivazione le fasce indicate arrivano rispettivamente a 145.000 e 180.000 dollari.

Questi numeri non autorizzano una celebrazione acritica. I mercati statunitensi presentano forti concentrazioni societarie, barriere economiche all’ingresso e condizioni lavorative non sempre adeguate. In molti territori le imprese più piccole, comprese quelle nate dai programmi di equità sociale, incontrano serie difficoltà nell’accesso al credito e nel sostenere i costi burocratici. La perdurante proibizione federale impedisce inoltre alle attività autorizzate dai singoli Stati di operare come imprese ordinarie, limitando i servizi bancari e imponendo pesanti svantaggi fiscali.

Anche una tassazione eccessiva può diventare controproducente. In California, dove le imposte e gli oneri regolatori hanno reso spesso i prodotti legali più costosi di quelli clandestini, il legislatore è stato costretto a ridurre ’accisa dal 19 al 15 per cento. Nello Stato di Washington l’imposta al dettaglio raggiunge il 37 per cento. In Michigan, l’introduzione nel 2026 di una nuova tassa del 24 per cento sui passaggi all’ingrosso ha provocato chiusure e licenziamenti ed è stata contestata dalle associazioni del settore.

La regolamentazione non può dunque ridursi alla ricerca del massimo gettito possibile. Un sistema fiscale sproporzionato protegge indirettamente il mercato illegale, che non sostiene costi normativi né paga imposte. La politica pubblica deve trovare un equilibrio tra entrate, accessibilità dei prodotti controllati, tutela della salute, diritti dei lavoratori e possibilità di ingresso per piccole imprese, cooperative e soggetti colpiti dalla criminalizzazione. La legalizzazione non elimina automaticamente i conflitti economici e sociali, ma consente finalmente di affrontarli alla luce del sole. Il proibizionismo, al contrario, non evita il mercato: rinuncia a governarlo. Non riscuote imposte, non crea occupazione tutelata, non controlla i prodotti e consegna l’intero fatturato alle reti clandestine.

Negli Stati Uniti la cannabis resta formalmente vietata a livello federale, mentre ventiquattro Stati e il Distretto di Columbia ne hanno legalizzato il possesso per gli adulti. Quasi tutti hanno anche introdotto vendite regolamentate e tassate. È un sistema incompleto e contraddittorio, ma i suoi risultati economici sono ormai difficili da ignorare: oltre 28 miliardi restituiti alla collettività e più di 400.000 persone impiegate legalmente. Non sono le ragioni principali per superare il proibizionismo. Prima vengono la riduzione della repressione, la tutela dei diritti, il controllo delle sostanze e la sottrazione dei consumatori al mercato criminale. Ma lavoro e fiscalità mostrano concretamente quanto sia irrazionale continuare a spendere denaro pubblico per combattere un mercato che potrebbe invece essere regolato, controllato e orientato verso finalità sociali.