I club della cannabis non esistono, ma esistono: il dibattito su come chiamare le organizzazioni che coltivano cannabis in Argentina

4 Agosto 2026

Javier Hasse

https://elplanteo.com/clubes-cannabicos-argentina-si-o-no/

Il termine “cannabis club” non ha un riconoscimento legale, ma è ampiamente utilizzato in Argentina.

Alcuni lo considerano un’espressione di identità culturale, altri un rischio legale.

Gli avvocati analizzano l’impatto dell’uso di questa parola in un periodo di restrizioni.

In Argentina, centinaia di organizzazioni coltivano cannabis terapeutica su base volontaria, supportando i pazienti che, per diverse ragioni, non possono farlo autonomamente. Legalmente, si tratta di associazioni civili o fondazioni autorizzate dal Ministero della Salute tramite REPROCANN. Ma in pratica, molti di questi gruppi si definiscono, e vengono definiti, come cannabis club.

È lecito usare questo termine? È legittimo? Rappresenta un rischio? O è semplicemente un riflesso culturale del modo in cui gli argentini chiamano le cose?

Questa domanda apparentemente di poco conto tocca questioni ben più ampie: accesso all’assistenza sanitaria, identità collettiva, politiche proibizioniste e strategie legali. Per comprendere cosa significhi dire “club”, abbiamo parlato con avvocati, leader del settore e figure chiave dell’ecosistema argentino della cannabis.

Cosa dice la legge? Il termine “cannabis club” non esiste, ma le organizzazioni esistono

Dal punto di vista legale, il concetto di “cannabis club” non esiste in Argentina. Tuttavia, la normativa consente ad associazioni civili e fondazioni senza scopo di lucro di coltivare cannabis terapeutica per conto terzi, nell’ambito del REPROCANN (Registro del Programma Cannabis).

Queste entità devono rispettare una lunga lista di requisiti formali: essere legalmente costituite, nominare un direttore medico con una formazione specifica in cannabis, registrare i luoghi di coltivazione, presentare relazioni semestrali e garantire il rispetto delle indicazioni mediche.

La recente Risoluzione 1780/2025, pubblicata dal Ministero della Salute, ridefinisce il quadro normativo del REPROCANN, inasprendo i controlli su pazienti, coltivatori solidali e organizzazioni. Sebbene introduca nuove categorie come i progetti di ricerca scientifica, non menziona né riconosce la categoria di “cannabis club”.

Ciononostante, molte organizzazioni, e persino i loro membri, pazienti e medici, continuano a utilizzare il termine “club” per identificarsi, comunicare e riconoscersi all’interno della comunità. Ed è proprio qui che inizia il dibattito: dire “cannabis club” è un gesto culturale, una strategia politica o una fonte di problemi?

I cannabis club sono legali in Argentina?

No. Nessuna legge argentina riconosce lo status giuridico dei “cannabis club”. Tuttavia, tutti gli avvocati consultati concordano sul fatto che ciò non significa che non esistano nella pratica.

Per l’avvocato Juan Palomino, si tratta di “un nome culturale, legato all’identità”, derivante da una tradizione connessa all’attivismo e ai modelli europei, in particolare quello spagnolo. “Non cambia nulla in termini legali”, afferma. “Nella maggior parte dei casi, club, ONG e associazioni svolgono la stessa attività”.

Federico Sinagra, presidente della Federazione dei Cannabis Club dell’Argentina (FECCA), concorda: “I club non esistono come entità giuridiche, ma esistono come pratica, come consuetudine”. Secondo lui, ciò che conta non è come si chiamano, ma piuttosto che svolgano una funzione specifica e necessaria nell’ambito dell’accesso alla cannabis terapeutica.

L’avvocata Ivana Vigilante chiarisce inoltre: “Ciò che esiste è la struttura legale che la sostiene: una ONG, un’associazione civile o una fondazione. Ma in pratica, la gente la chiama ‘cannabis club’ perché è il termine culturalmente più diffuso”.

L’avvocato Piero Liebman, dal canto suo, si spinge oltre: ritiene che i cannabis club esistano, sebbene non in termini strettamente legali. “I club esistono in Argentina, proprio come i circoli di quartiere e le società sportive. Sono uno dei modi in cui gli argentini scelgono di entrare in contatto tra loro. Il termine trascende l’ambito legale”.

È corretto usare il termine “cannabis club”?

È qui che il consenso si spezza. Per alcuni, il termine “club” è un modo legittimo per identificarsi e ridefinire una pratica collettiva. Per altri, il suo utilizzo può essere controproducente, soprattutto di fronte a uno Stato che guarda ancora con sospetto alla cultura della cannabis.
Palomino avverte che, sebbene il nome in sé non alteri la legalità di un’organizzazione, può essere frainteso dallo Stato: “Spesso, il termine ‘cannabis club’ è associato all’idea che si tratti di un’attività ricreativa o di svago, quando nella maggior parte dei casi svolgono la stessa funzione di una ONG o di un’associazione civile”. In un contesto di ritardi, restrizioni e mancanza di registrazioni nel REPROCANN (Registro Nazionale dei Proprietari di Cannabis), “qualsiasi problema può essere usato in modo restrittivo per ostacolare ulteriormente il progresso”.

Anche Vigilante esprime cautela: “Non trovo problematico usarlo di per sé, ma per ragioni politiche e di sicurezza, sconsiglierei l’uso del termine ‘cannabis club’. Potrebbe portare a interpretazioni o indagini indesiderate, anche se potrebbe risultare conveniente per alcune organizzazioni dal punto di vista del marketing”.

All’altro estremo del dibattito ci sono Sinagra e Liebman, che difendono con convinzione l’uso del termine. Per Sinagra, mettere in discussione l’uso della parola “club” è parte del problema: “Si tratta di identità. E non viola alcun quadro giuridico; ciò che è problematico è pensare che l’identità sia illegale. L’accesso alla cannabis come medicina nasce dagli incontri della comunità, dalla conoscenza condivisa. Il concetto di club riflette questo”.

Liebman, dal canto suo, si spinge ancora oltre: “Non consideriamo in alcun modo problematico l’uso del termine ‘cannabis club’. Al contrario, lo incoraggiamo. Fa parte della nostra cultura. Il club è il sogno di un progetto di vita”. Secondo lui, ridefinire il termine “club” è un modo per elevare il livello del dibattito e costruire un modello argentino unico e regolamentato.

L’espressione “cannabis club” può avere conseguenze legali o politiche?

Sebbene il termine non compaia nella legge, è presente nella percezione dello Stato. E questo, per alcuni degli avvocati consultati, è motivo sufficiente per essere cauti.

Vigilante lo afferma chiaramente: “Al di là del nome datogli dalle parti coinvolte, ciò che conta è la realtà dei fatti. Ma il termine ‘club’ può essere frainteso. Pertanto, per ragioni politiche e di sicurezza, consiglierei di non usarlo. Non è opportuno dare adito a interpretazioni o indagini indesiderate”.

Palomino concorda in parte: “Oggi qualsiasi parola può essere usata in senso restrittivo”. Secondo lui, nell’attuale clima di sospetto istituzionale nei confronti di REPROCANN, il termine “club” potrebbe essere interpretato come un riferimento al tempo libero ed essere sfruttato per creare ostacoli legali o burocratici.

Sinagra, d’altro canto, rifiuta questa logica di autocensura: “Mettere in discussione la parola ‘club’ è di per sé un problema. Riguarda l’identità. L’accesso alla cannabis terapeutica non è nato in un ministero; è nato nella cultura della cannabis. E quella cultura si è unita, si è organizzata e si è data un nome.”

Liebman, pur riconoscendo l’esistenza di tensioni istituzionali, preferisce sostenere una strategia di formalizzazione e di appropriazione positiva del termine: “Promuoviamo l’uso del termine ‘cannabis club’. Sì, raccomandiamo che ci siano solide strutture legali a supporto, con associazioni ben consolidate. Ma non crediamo che il problema sia il nome. Il problema sarebbe negare ciò che già esiste.”

Quando dare un nome è anche una forma di lotta

Il termine “cannabis club” non compare in alcun regolamento, ma è ampiamente utilizzato nel discorso, nella cultura e nell’organizzazione stessa dell’accesso alla cannabis terapeutica. Funzionari come la Ministra Patricia Bullrich hanno affermato che il REPROCANN (il Registro Nazionale dell’Uso di Cannabis) è stato travisato, che vi siano “eccessi” o “abusi”, e parte di questa narrazione si basa sul modo in cui questi gruppi si presentano e comunicano.

Definirsi “club”, anche se legittimo da un punto di vista culturale o comunitario, può essere interpretato dallo Stato come un’attività ricreativa, anche in presenza di medici, pazienti e quadri giuridici preesistenti a supporto. Tuttavia, per molte organizzazioni, la parola “club” rappresenta un percorso, una storia di solidarietà e un’identità costruita in assenza (o con ritardo) del riconoscimento statale.

Durante la sua presentazione al C-Days 2025 di Barcellona, ​​Natalia Kesselman, co-fondatrice di El Planteo, ha spiegato chiaramente come i diversi linguaggi della cannabis (legale, mediatico, scientifico e attivista) non siano neutri e come le parole che usiamo possano legittimare pratiche o rafforzare stigmi, anche in assenza di modifiche legislative. Dare un nome, ha sostenuto, è un modo per esercitare il potere, contestare il significato e anche per proteggersi.

La discussione, quindi, non è solo legale. È anche simbolica, politica e strategica. E forse la questione chiave non è se sia giusto o sbagliato usare quella parola, ma se il settore sia pronto ad affrontare questo dibattito senza timore, con intelligenza e con la consapevolezza che nella cannabis, come in ogni causa segnata da lotte di potere, anche il linguaggio è un terreno di scontro.