Lo Stato contro l’attivismo, la scienza e il diritto contro il dogma: verso una regolamentazione basata sull’evidenza

10 Giugno 2026

Elizabeth Erhardt

https://softsecrets.com/es-ES/articulo/el-estado-contra-el-activismo-las-tres-patas-de-la-represion

Francisco Javier Marrero, di Insumisa, Isole Canarie, alla conferenza “Il carcere non è un luogo per chi coltiva la vita”.

Se il primo panel della conferenza “Il carcere non è un luogo per chi coltiva la vita” ha dato un volto alla sofferenza, il secondo, moderato dall’avvocata Beatriz Macho, ha analizzato a fondo il freddo meccanismo del sistema penale. Sotto il titolo “Repressione e organizzazione di fronte al modello penale”, attivisti di diversi fronti sono giunti a una diagnosi comune: la punizione non mira alla giustizia, bensì alla paralisi del tessuto sociale.

La triplice alleanza repressiva

Javitxu, portavoce del caso dei Sei di Saragozza, alla conferenza “Il carcere non è un posto per chi coltiva la vita”.

Javitxu ha semplificato la struttura della persecuzione, riassumendola in quelli che ha definito i tre pilastri di ogni repressione:

1. Lo Stato: responsabile del mantenimento di quadri giuridici come la Legge Bavaglio, che consentono la persecuzione di specifiche attività.

2. La Polizia: l’organo inquirente che criminalizza e prende di mira, spesso in base a criteri arbitrari.

3. La Magistratura: i giudici che, secondo le testimonianze, avallano la parola della polizia a discapito di prove peritali oggettive.

Javitxu ha raccontato come la sua condanna a quattro anni e nove mesi sia stata confermata nonostante le perizie audiovisive che dimostravano la sua estraneità ai presunti disordini. Il suo caso è un esempio della punizione inflitta dal banco degli imputati: cinque anni di costante incertezza che hanno paralizzato la sua vita e i suoi progetti, una punizione invisibile che inizia ben prima della sentenza e che usa il tempo e l’ansia come strumenti per disattivare la partecipazione politica.

Infiltrazioni e l’etichetta di organizzazione criminale

Futuro Vegetal alla conferenza “Il carcere non è un posto per chi coltiva la vita”.

Il collettivo di attivisti climatici Futuro Vegetal (Futuro Vegetale) ha presentato una delle testimonianze più allarmanti sulla deriva autoritaria del sistema. Hanno denunciato l’infiltrazione di almeno tre agenti della Polizia Nazionale nel loro movimento praticamente fin dalla sua nascita, affermando che non esiste alcuna traccia di procedimenti penali che autorizzino legalmente tali infiltrazioni.

Criminalizzazione dell’attivismo: Lo Stato si è spinto fino a classificare atti di disobbedienza civile non violenta, come il lancio di vernice lavabile, come terrorismo o criminalità organizzata.

Il costo psicologico: I relatori hanno sottolineato che il vero obiettivo di queste tattiche non è solo la condanna legale, ma anche l’esaurimento mentale. “Ho trascorso due anni con una grave depressione e pensieri suicidi”, ha confessato uno dei membri, rivelando il lato oscuro del controllo statale.

Isole Canarie: confine, razzismo e cannabis

Francisco Javier Marrero, di Canarias Insumisa (Isole Canarie Indomabili), ha portato alla discussione la dimensione territoriale. Nelle isole, la repressione della cannabis è intrecciata alla militarizzazione del confine e al razzismo istituzionale. Secondo Marrero, la polizia usa pregiudizi xenofobi per fare irruzione nei circoli ricreativi, etichettandoli come “reti di narcotrafficanti rumene o russe” semplicemente a causa della nazionalità di alcuni dei loro membri.

“La scusa dell’immigrazione viene usata per militarizzare il territorio e, in questo modo, per intervenire in spazi di sovranità e salute, come i cannabis club”, ha denunciato Marrero.

Una legge bavaglio che non vuole morire

Nonostante le promesse politiche di abrogazione, i relatori hanno sottolineato che la struttura repressiva rimane intatta. La presunzione di veridicità delle affermazioni della polizia e la mancanza di volontà politica mantengono gli attivisti in carcere o sottoposti a interminabili procedimenti giudiziari. La giornata si è conclusa con un messaggio chiaro: la solidarietà e i fondi di sciopero sono, oggi, l’unica vera difesa contro un sistema che preferisce la reclusione al dialogo.

Scienza e diritto contro dogma: verso una regolamentazione basata sull’evidenza

6 Giugno 2026

Elizabeth Erhardt

https://softsecrets.com/es-ES/articulo/ciencia-y-derecho-frente-al-dogma-hacia-una-regulacion-basada-en-la-evidencia

Jorge Soto, esperto di tossicologia forense e CEO di Ananda, alla conferenza “Il carcere non è un luogo per chi coltiva la vita”.

Il terzo e ultimo panel della conferenza “Il carcere non è un luogo per chi coltiva la vita” ha segnato il passaggio dalla critica sociale alle proposte tecniche. Moderata da Itziar Obregón, la sessione ha riunito esperti legali, farmacologi e tossicologi con un obiettivo comune: dimostrare che l’attuale quadro giuridico spagnolo non solo è inefficace, ma ignora deliberatamente i progressi scientifici degli ultimi cinquant’anni.

Jorge Soto: La condanna a morte per l’industria del CBD

Jorge Soto, esperto di tossicologia forense e CEO di Ananda, ha incentrato la sua presentazione sulla situazione critica che sta affrontando la canapa industriale e il CBD in Spagna. Secondo Soto, l’interpretazione restrittiva delle normative da parte del Ministero dell’Agricoltura e dell’Agenzia spagnola per i medicinali e i prodotti sanitari (AfD) dalla fine del 2020 equivale a una condanna a morte per un settore emergente che potrebbe rivitalizzare l’agricoltura spagnola.

Soto ha denunciato il sistema per il suo attaccamento a leggi obsolete, come la legge del 1967 (dell’era franchista) e convenzioni internazionali degli anni ’60 che non conoscevano nemmeno l’isolamento della molecola di THC. “È assurdo perseguitare la cannabis industriale, che non produce effetti psicoattivi e non ha potenziale di abuso”, ha affermato. L’esperto ha fornito dati tecnici fondamentali per il dibattito legale:

L’Indice di Psicoattività: uno strumento di tossicologia forense (Manuale UN ST/NAR 40) che consente la differenziazione scientifica della canapa dalle droghe e che viene spesso ignorato dai tribunali spagnoli.

CBD come inibitore: ha spiegato che la scienza ha dimostrato che il CBD è un modificatore allosterico negativo del THC, ovvero ha la capacità di inibirne gli effetti psicoattivi.

Danni economici: Soto ha sostenuto che il CBD sia un prodotto agricolo e ha denunciato come i requisiti farmaceutici (GMP/GACP) stiano sottraendo il business agli agricoltori per darlo alle aziende farmaceutiche. “Togliete le infiorescenze alle aziende farmaceutiche e restituitele ai campi”, ha esclamato.

Fallimento statistico e diritto alla scienza

Il professor Antonio Martín Pardo, esperto di diritto penale, ha partecipato alla conferenza “Il carcere non è un posto per chi coltiva la vita”.

Il professor Antonio Martín Pardo ha presentato un’analisi incisiva del fallimento del proibizionismo. Attraverso dei grafici, ha dimostrato che dal 1995 il consumo di cannabis in Spagna è aumentato costantemente, nonostante la crescente efficacia delle misure repressive. Ha evidenziato un dato allarmante: lo Stato incassa quasi 200 milioni di euro all’anno in multe per il consumo di cannabis, rendendo i consumatori la spina dorsale finanziaria di un sistema che li perseguita.

Anche il dottor José Carlos Bouso è intervenuto alla conferenza “Il carcere non è un posto per chi coltiva la vita”.

Il dottor José Carlos Bouso ha invocato il diritto alla scienza sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Bouso ha criticato aspramente giudici e pubblici ministeri per aver continuato a chiedere anni di carcere basandosi su rapporti razzisti e obsoleti risalenti al 1950. “C’è una chiara discrepanza tra scienza e diritto”, ha osservato, esortando i tribunali a vergognarsi di ignorare le prove attuali a favore di convenzioni superate.

Il supporto di ARPOL: la sicurezza è fondamentale

Un punto di svolta nella discussione è stato l’intervento dell’Associazione di Polizia Riformista (ARPOL). Da una prospettiva pragmatica e professionale, il sindacato di polizia ha sostenuto che la regolamentazione è, prima di tutto, una questione di sicurezza pubblica. Hanno denunciato leggi come la “Legge Bavaglio”, che costringono gli agenti a investire migliaia di ore in azioni inefficaci, come sequestri di lieve entità, sottraendo risorse alla lotta contro i crimini più gravi. Secondo l’ARPOL, un mercato regolamentato garantirebbe la sicurezza dei prodotti e indebolirebbe le strutture criminali che attualmente controllano il mercato illegale.

Lotta operaia e femminismo della cannabis

Le sessioni si sono concluse con strazianti testimonianze di resistenza. Ricardo Flores, vittima di repressione all’interno della rete, ha raccontato la sua condanna a due anni di carcere per una quantità irrisoria di 0,6 grammi, evidenziando la totale vulnerabilità legale dei consigli di amministrazione dei club.

Infine, il collettivo Mujeres y Cannabis (Donne e Cannabis) ha chiuso l’evento con un manifesto femminista, denunciando il triplice stigma subito dalle madri che consumano cannabis e chiedendo una regolamentazione che smetta di usare la maternità come strumento di disciplina.

Al grido di “Lotta dei lavoratori nella cannabis!”, le sessioni si sono concluse non come un addio, ma come un punto di partenza per la Marcia Globale per la Marijuana, con la certezza che la rete di mutuo sostegno è ora entrata, e rimarrà, nel tempio delle parole: il Congresso dei Deputati.