13 Maggio 2026
https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/io-coltivo-il-senato-scongela-la-cannabis/
Dopo mesi di rinvii parte l’iter della legge popolare Io Coltivo. Ora il Senato deve scegliere: discutere davvero o seppellirla in audizione.
Dopo oltre un anno e mezzo di attesa, rinvii, solleciti e denunce pubbliche, la proposta di legge di iniziativa popolare Io Coltivo è finalmente entrata nel vivo dell’iter parlamentare. Il 23 aprile le Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato del Senato hanno avviato l’esame del disegno di legge S.1317, dedicato alla “depenalizzazione della coltivazione per uso personale e in forma associata della cannabis”. L’esame è stato rinviato dopo la relazione introduttiva del senatore Gianni Berrino, di Fratelli d’Italia, e le Commissioni hanno fissato al 7 maggio il termine per indicare i soggetti da audire. È un passaggio politicamente rilevante, anche se tutt’altro che risolutivo. La proposta era stata presentata il 5 giugno 2024, annunciata in Aula il 3 dicembre dello stesso anno e assegnata alle Commissioni competenti il 23 dicembre 2024. Solo il 22 aprile 2026 è stata nuovamente assegnata in sede referente, per poi essere incardinata il giorno successivo. Il fascicolo del Senato certifica dunque un dato essenziale: Io Coltivo non è più ferma al palo, ma resta dentro un percorso parlamentare tutto in salita.
Il testo nasce da una campagna promossa da Meglio Legale, Associazione Luca Coscioni, Forum Droghe e da una larga rete di organizzazioni, con oltre 54 mila firme raccolte. È una proposta minima, concreta, lontana dalle caricature agitate dal proibizionismo: consentire ai maggiorenni la coltivazione domestica fino a quattro piante femmine di cannabis per uso personale, depenalizzare il possesso entro limiti definiti e regolamentare forme associative di coltivazione, sul modello dei Cannabis Social Club. Il disegno di legge prevede anche autorizzazioni, registri, tracciabilità, misure di sicurezza e obblighi informativi a tutela della salute. Non è, dunque, una “liberalizzazione selvaggia”. Al contrario: è il tentativo di sottrarre una parte dei consumi al mercato illegale, ridurre l’intervento penale su condotte prive di reale offensività, alleggerire tribunali e carceri, costruire strumenti di controllo pubblico, informazione e prevenzione. Lo stesso relatore Berrino, pur da una posizione politica dichiaratamente ostile alla riforma, ha dovuto riconoscere nella sua illustrazione che il testo costruisce un “sottosistema regolatorio speciale” per distinguere tra condotte penalmente rilevanti e condotte lecite, purché conformi alle nuove disposizioni.
Il punto, ora, è capire se l’incardinamento sarà l’avvio di una discussione vera o l’ennesima forma di sepoltura procedurale. Per mesi le associazioni promotrici hanno denunciato il mancato rispetto delle regole parlamentari sulle proposte di iniziativa popolare. In una conferenza stampa al Senato del novembre scorso, Antonella Soldo, presidente di Meglio Legale, aveva ricordato che il Regolamento di Palazzo Madama impone la discussione nelle Commissioni dopo la verifica delle firme e aveva sintetizzato così il senso della mobilitazione: «È un obbligo, non è un favore». Quella frase resta il nodo politico anche oggi. La maggioranza ha tutti i numeri per contrastare, emendare o respingere la proposta. Quello che non può fare, almeno in una democrazia parlamentare degna di questo nome, è fingere che 54 mila firme non esistano. Non può trasformare l’iniziativa popolare in un diritto di carta, utile solo quando non disturba gli equilibri di governo. E non può continuare a predicare “sicurezza” mentre rifiuta di discutere una misura che avrebbe effetti diretti sulla giustizia, sulla salute pubblica e sul contrasto al mercato illegale.
Il testo di Io Coltivo parte da una constatazione semplice: dopo decenni di politiche proibizioniste, la repressione non ha ridotto produzione, traffico e consumo di cannabis. Ha invece prodotto costi sociali enormi, alimentato il mercato criminale, congestionato il sistema giudiziario e contribuito al sovraffollamento carcerario. La relazione introduttiva del disegno di legge richiama anche il quadro europeo, dalla Germania a Malta e Lussemburgo, dove il tema della cannabis è stato affrontato con strumenti di regolazione e riduzione del danno, non solo con divieti e sanzioni. In Italia, invece, il governo procede nella direzione opposta. Dal nuovo Codice della strada alla stretta sulla canapa industriale, fino agli irrigidimenti penali contenuti nel pacchetto sicurezza, la linea resta quella della confusione deliberata tra uso, abuso, coltivazione personale, mercato illegale e impresa legale. Una strategia che produce più stigma, più processi, più discrezionalità repressiva, senza incidere minimamente sui consumi problematici né sui profitti delle organizzazioni criminali.
Per questo l’avvio dell’esame di Io Coltivo va salutato come un risultato importante, ma non basta. Servono audizioni serie, tempi certi e una discussione pubblica non drogata dalla propaganda. La proposta può essere migliorata, discussa, corretta. Ma deve essere discussa. Perché dietro quelle firme ci sono persone, pazienti, consumatori, operatori, giuristi, associazioni e cittadini che chiedono una cosa ragionevole: smettere di trattare la coltivazione per uso personale come un nemico pubblico e iniziare a governare il fenomeno con strumenti proporzionati, verificabili, socialmente utili. Il Senato ha finalmente aperto il fascicolo. Ora deve dimostrare di voler aprire anche il confronto.

