La forca proibizionista

6 Aprile 2026

Peppe Brescia

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Il report 2025 di Harm Reduction International documenta un boom di esecuzioni per droga: numeri record, opacità e una guerra alla droga sempre più disumana.

È stato diffuso lo scorso 10 marzo il report annuale The Death Penalty for Drug Offences: Global Overview 2025, curato da Harm Reduction International. Il documento, che analizza a livello globale l’impatto dei reati legati alle droghe nell’ambito dell’applicazione della pena di morte, costituisce la quindicesima edizione di un monitoraggio avviato nel 2007. Come di consueto, il rapporto si apre con una suddivisione aggiornata tra:

  • Stati ad alta applicazione: Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Indonesia, Iran, Kuwait, Singapore e Vietnam;

  • Stati a bassa applicazione: Bahrain, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Laos, Libia, Malaysia, Pakistan, Sri Lanka, Sudan, Thailandia e Yemen;

  • Stati ad applicazione simbolica: Algeria, Brunei, Corea del Sud, Cuba, India, Giordania, Maldive, Mauritania, Myanmar, Oman, Qatar, Sud Sudan, Taiwan e USA.

Il quadro è infine completato dagli Stati per i quali i dati risultano insufficienti, ovvero Stato di Palestina e Siria. Il Sud-est asiatico si conferma l’area geografica maggiormente problematica, con 8 Paesi su 37 coinvolti, sebbene il fenomeno del ricorso alla pena di morte per reati droga-correlati si stia allargando in modo significativo a diverse latitudini del pianeta, come dimostrano Algeria, Sudan e Maldive.

Record di esecuzioni nel 2025

La panoramica tratteggiata da HRI per il 2025 restituisce una realtà mai così drammatica e allarmante, caratterizzata dai numeri più alti mai registrati. Nel corso dell’ultimo anno, l’incremento percentuale delle esecuzioni è stato infatti del 97%, per un totale di almeno 1.212 casi: cifre che escludono, peraltro, le statistiche provenienti da Cina, Corea del Nord e Vietnam.

I reati droga-correlati risultano alla base del 46% delle pene di morte comminate a livello globale, con esecuzioni confermate nel 2025 in almeno cinque Stati: Cina, Iran, Kuwait, Arabia Saudita e Singapore. Se, in generale, la repressione violenta dei mercati delle droghe continua a essere la principale motivazione dell’applicazione della pena capitale, Iran e Arabia Saudita hanno senza dubbio svolto un ruolo di primo piano nel vertiginoso aumento registrato negli ultimi dodici mesi.

Nel primo caso, la pena di morte è divenuta uno strumento centrale della repressione del dissenso politico, con 955 esecuzioni registrate nell’ultimo anno, di cui oltre un terzo ai danni di minoranze etniche e con il numero più alto mai raggiunto per quanto riguarda la popolazione femminile. In Arabia Saudita si è invece assistito a una programmatica intensificazione della War on Drugs: le 240 persone uccise nel corso del 2025 costituiscono la cifra più alta mai rilevata nel Paese, a soli cinque anni dall’annuncio di una moratoria sulla pena di morte da parte del governo nazionale, di fatto sospesa dal 2022. Per la prima volta, inoltre, un caso di pena di morte per traffico è stato riportato anche in Sudan, sollevando dubbi sulla reale eccezionalità dell’episodio.

Tra le persone giustiziate nel corso del 2025, almeno 23 erano donne, circa un quarto apparteneva a minoranze etniche e almeno 271 avevano lo status di cittadini stranieri.

Agli atti di violenza istituzionale si affiancano inoltre significative regressioni dal punto di vista legislativo, come nei casi di Algeria e Maldive, che nel 2025 hanno emendato le normative nazionali per introdurre la pena capitale anche per reati in violazione delle leggi sulle droghe. In Algeria, la legge 25-03 ha identificato una serie di condotte passibili di condanna a morte, tra cui produzione e traffico, oltre ad alcuni casi di recidiva. In maniera analoga, alle Maldive una revisione della legislazione antidroga ratificata nel dicembre 2025 ha esteso la pena di morte al reato di traffico. In nessuno dei due Stati sono stati al momento denunciati episodi applicativi.

L’irrigidimento delle normative è stato inoltre osservato in diversi altri Paesi, come Nigeria, Filippine e Kuwait, mentre è stata accolta con favore la modifica del codice penale del Vietnam, che ha escluso il ricorso alla pena capitale per otto tipologie di reato, tra cui il trasporto di sostanze stupefacenti.

Prendendo invece in esame le sentenze, la pena di morte è stata comminata in 331 casi e in almeno 18 Stati. Attualmente, la stima minima del numero di persone recluse nel braccio della morte per questo tipo di reati è di 2.450 individui in 22 Paesi. La maggiore diminuzione del numero delle condanne a morte è stata paradossalmente osservata proprio in due degli Stati caratterizzati dalle politiche più repressive: in Vietnam il calo è stato del 25%, mentre a Singapore le sentenze sono state appena due, il dato più basso di sempre.

L’opacità dei dati

Ulteriore motivo di allarme è il rinnovato rifiuto alla divulgazione dei dati da parte della Cina, decisione condivisa anche da Corea del Nord e Vietnam. Le dichiarazioni di biasimo da parte di attori internazionali come l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, l’Unione Europea e alcuni singoli Stati hanno avuto fin qui uno scarso impatto e non hanno portato ad azioni concrete. L’opacità è del resto confermata dai numeri relativi alle condanne a morte, con buona probabilità inferiori a quelli reali, come testimoniato dalle cifre presentate da Iraq e Indonesia.

Al netto delle statistiche, il report di Harm Reduction International ha il merito di interrogarsi sulle cause di questa situazione di estrema emergenza. In primo luogo, viene posto l’accento sull’indirizzo neocoloniale della War on Drugs, capace di plasmare squilibri di potere tra Paesi ad alto e basso reddito, con un’ingerenza sempre più decisiva da parte degli Stati occidentali che determina il rischio di una normalizzazione del ricorso alla pena capitale, secondo una tendenza indicata come in crescita a partire dal 2021. Come sottolinea HRI, si tratta di uno scenario di fronte al quale si rendono necessarie azioni incisive e risolutive, insieme a una riconsiderazione critica dell’approccio punitivo e dei danni umani e sociali che esso produce.

Una pena contro i diritti umani

A integrazione dell’analisi, il report propone anche una panoramica di alcuni sviluppi chiave a livello internazionale, a partire dalle due risoluzioni adottate dal Consiglio ONU per i Diritti Umani. Con la Risoluzione 60/17, l’UNHRC ha infatti espresso preoccupazione per la continua applicazione della pena di morte in casi che non raggiungono lo standard dei “reati più gravi”, come nel caso dei reati legati alla droga. La Risoluzione 60/26 ha invece affrontato le implicazioni in materia di diritti umani delle politiche antidroga, ribadendo l’urgente necessità di allineare politiche e diritti umani, sebbene il testo finale non abbia affrontato il tema della pena di morte per i reati droga-correlati.

La questione è stata inoltre affrontata nel corso delle sessioni della Revisione Periodica Universale, istituto dell’UNHRC che ha formalizzato la raccomandazione ad alcuni Stati di abolire la pena di morte o promuovere moratorie. Tra questi, il Laos ha accettato il documento, l’Egitto ha acconsentito alla possibilità di valutare una limitazione della pena ai reati più gravi, e anche la Corea del Nord ha recepito la proposta di ridurre l’elenco dei reati passibili di esecuzione capitale. Gli altri cinque Stati chiamati in causa — Brunei, Iran, Iraq, Kuwait e Qatar — hanno invece respinto le raccomandazioni.

Si segnalano inoltre i richiami del Comitato ONU contro la Tortura nei confronti del Bahrein e quelli del Comitato ONU per l’Eliminazione della Discriminazione contro le Donne indirizzati alla Thailandia. Per la prima volta, inoltre, la Commissione intergovernativa delle associazioni delle Nazioni del Sud-Est asiatico (AICHR) ha promosso un corso di formazione per valutare l’incidenza della War on Drugs, da cui sono emersi i limiti delle misure proibizioniste e l’auspicio di politiche fondate su diritti e salute.

Il rapporto di HRI osserva come, allo stesso tempo, gli organi preposti al controllo delle sostanze abbiano mostrato un atteggiamento meno coerente. Su tutti, viene evidenziato l’immobilismo dell’UNODC, cui si imputano la mancanza di una posizione pubblica, l’assenza di qualsiasi riferimento a condanne ed esecuzioni nel World Drug Report 2025, nonché una scarsa coerenza nei rapporti di cooperazione con Paesi colti in palese violazione dei diritti umani.

Chiude il documento una serie di tre brevi focus, due dei quali dedicati all’Iran e l’ultimo all’Arabia Saudita. Di particolare interesse è Executions in Iran: is UNODC at risk of complicity?, in cui viene analizzata criticamente la mancanza di iniziativa dell’agenzia ONU nell’istituire “un dialogo con il governo iraniano in linea con la posizione di principio delle Nazioni Unite contro la pena di morte”.

Un report che allarma

Il report curato da HRI, pur delineando in questa edizione un quadro di sconcertante gravità, torna a mettere a nudo nodi irrisolti delle politiche mondiali sulle droghe. Una delle questioni in gioco chiama direttamente in causa il rapporto tra individuo e contesto sociale. Il rapporto mostra infatti come il background socio-culturale rappresenti un denominatore comune per molte delle persone giustiziate, provenienti perlopiù da condizioni di marginalità e scarsamente tutelate in sede processuale. Il fatto che queste persone occupino generalmente le posizioni più basse nella catena del narcotraffico le espone ulteriormente a violenza e vulnerabilità.

Dal punto di vista istituzionale, persistono allarmanti lacune di trasparenza nella comunicazione delle drug policy e nella condivisione dei dati: criticità che rendono più arduo il monitoraggio del fenomeno, depotenziano i rapporti di cooperazione internazionale e radicalizzano la dialettica politica.

Che l’applicazione della pena di morte si riveli sempre più funzionale come veicolo di consenso politico o, più precisamente, di repressione del dissenso, in assenza di misure internazionali efficaci, lascia presagire prospettive ancora più autoritarie e tendenze autoassolutorie da parte dei regimi meno liberali.

Il rapporto di HRI denuncia le responsabilità pubbliche di legislatori e governi, chiamando gli attori istituzionali a una riflessione profonda sul ricorso a politiche di estrema violenza. Tanto più che la brutalità di queste misure si scontra con dimensioni e introiti crescenti del narcotraffico internazionale, risultando, in conclusione, parossisticamente inefficace oltre che tragicamente disumana.