23 Ottobre 2026
Orono, ME: Secondo i dati pubblicati sul *Journal of Addiction Medicine*, pochi consumatori abituali (quotidiani) di cannabis soddisfano i criteri diagnostici per il disturbo da uso di cannabis (CUD, *Cannabis Use Disorder*) di grado “moderato” o “grave”; molti, addirittura, non soddisfano alcun criterio per tale disturbo.
Un gruppo di ricercatori, affiliati all’Università del Maine, alla Columbia University di New York e alla Dartmouth Geisel School of Medicine nel New Hampshire, ha valutato la gravità del CUD in un campione di 4.000 consumatori quotidiani. In media, i partecipanti hanno dichiarato di assumere almeno 200 mg di THC al giorno.
Nonostante l’uso frequente, quasi un terzo (30%) dei partecipanti non soddisfaceva i criteri per il CUD. (Si considera che una persona soffra di CUD se soddisfa almeno due degli 11 criteri diagnostici previsti, come, ad esempio, avvertire un forte desiderio di consumare la sostanza o manifestare sintomi di astinenza). Il 45% degli intervistati è stato classificato come affetto da CUD di grado “lieve”; in questo gruppo, i partecipanti hanno riferito, tra le altre cose, di dedicare “molto tempo” ad attività legate alla cannabis e/o di provare un “forte desiderio” di consumarla.
Solo il 3% degli intervistati ha soddisfatto i criteri per un CUD di grado “grave”.
“Sorprendentemente, sebbene i partecipanti al nostro campione abbiano dichiarato di consumare in media oltre 200 mg di THC al giorno, la maggior parte di essi non soddisfaceva i criteri per il CUD o presentava una forma di disturbo di grado lieve”, hanno concluso gli autori dello studio.
I risultati di questa ricerca sono in linea con quelli di un recente studio della UC San Diego, dal quale è emerso che, tra le persone anziane con diagnosi di CUD, solo il 4% presentava sintomi gravi. Al contrario, il 76% degli anziani americani che soddisfacevano i criteri per il CUD è stato classificato come affetto da sintomi di grado “lieve”.
In un recente editoriale sull’argomento, Paul Armentano, vicedirettore dell’organizzazione NORML, ha suggerito che l’incidenza del CUD potrebbe essere sovrastimata, poiché gli attuali criteri diagnostici non prevedono eccezioni per chi consuma cannabis regolarmente a fini terapeutici.
Armentano ha inoltre sollevato dubbi sull’effettiva rilevanza clinica del CUD nel contesto reale.
Secondo i dati forniti dalla Substance Abuse and Mental Health Services Administration (SAMHSA) statunitense, la percentuale di persone che hanno iniziato un trattamento principalmente a causa dell’uso di cannabis è diminuita di circa il 20% tra il 2020 e il 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati. Al contrario, la percentuale di individui ricoverati per abuso di alcol è aumentata ogni anno durante questo periodo.
In una recente serie di post su Substack, il dottor Peter Grinspoon – specialista in cannabis presso il Massachusetts General Hospital – ha espresso preoccupazioni analoghe. Ha osservato: “Nella misura in cui trascuriamo le sfumature e sovrastimiamo la prevalenza della dipendenza da cannabis, finiamo per confondere il dibattito sociale sui rischi e i benefici relativi all’integrazione della cannabis nell’assistenza medica”.
Il testo completo dello studio, intitolato “Identifying subtypes of cannabis use disorder: A latent class analysis among daily cannabis consumers and associated sociodemographic and cannabis characteristics” (Identificare i sottotipi di disturbo da uso di cannabis: un’analisi delle classi latenti tra i consumatori quotidiani di cannabis e le relative caratteristiche sociodemografiche e di consumo), è pubblicato sul Journal of Addiction Medicine.

