8 Maggio 2026
https://ilmanifesto.it/droghe-al-via-il-processo-di-revisione
Leonardo Fiorentini scrive sul panel di esperti per la revisione del sistema globale di controllo delle droghe per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 15 aprile 2026.
Nel 2025 la Risoluzione 68/6, approvata dalla Commission on Narcotic Drugs dell’ONU (CND) su iniziativa della Colombia, ha istituito un panel di 19 esperti per elaborare raccomandazioni “chiare e attuabili” volte a migliorare il sistema internazionale di controllo delle droghe. Questo processo, promosso in vista della riunione di alto livello sulle droghe prevista nel 2029, ha visto lo scorso marzo la stessa CND completare la composizione del panel di esperti con la nomina dell’ultimo dei due co-chair del consesso. Saranno il canadese Allan Rock, già nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, e Natalie Y-lin Morris-Sharma, proposta da Singapore. Quest’ultima nomina è stata al centro delle trattative diplomatiche dello scorso marzo a Vienna, con gli Usa che, dopo aver verificato la mancanza di consenso sulla propria candidata, sono riusciti in qualche modo a convincere il Marocco a ritirare la candidatura, giovane e progressista, di Khalid Tinasti, mettendo così una pesante presenza proibizionista nella presidenza. Fra gli altri nomi degli esperti che andranno a comporre il panel, va segnalato quello di Pavel Bém, già sindaco di Praga e membro della Global Commission on Drug Policy, nominato dal gruppo regionale dell’Europa orientale. Bém porterà nel dibattito non solo la sua esperienza sul campo, da amministratore locale che ha vissuto gli effetti delle normative proibizioniste nelle proprie piazze, ma anche l’approccio pragmatico e riformatore proprio delle recenti normative introdotte nella Repubblica Ceca.
Il bullismo istituzionale di Trump è esondato anche in questa sessione della CND, dove il voto è diventato la normalità. Si è votato su tutto, anche sui punti all’ordine del giorno della sessione, con gli Stati Uniti impegnati a cercare di espungere dalla discussione perfino gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Proprio questa pervicacia censoria, estesa a qualsiasi riferimento all’Oms, genere, sviluppo sostenibile e riduzione del danno nelle risoluzioni in discussione, ha evidenziato da un lato il progressivo isolamento degli USA, ma anche la loro capacità destabilizzante. Se è finito il “consenso” sul problema globale delle droghe, non è certamente finita la narrazione proibizionista, che proprio nel caos diplomatico scatenato dall’esportazione a Vienna dell’ideologia MAGA ha trovato echi a volte inattesi.
L’intervento statunitense nel dibattito in plenaria ha rivendicato la ripresa retorica della “guerra alla droga”, vantandosi dell’uso della forza militare letale con missili nel Mar dei Caraibi e rivendicando la cattura con la forza di Nicolás Maduro. La rappresentante USA ha poi attaccato frontalmente la Cina, accusandola di fatto di essere il mandante dell’epidemia di fentanyl in Nord America.
Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sul controterrorismo e i diritti umani ha invitato gli Stati membri a distinguere tra terrorismo e traffico di droga, e insieme Norvegia e Finlandia sono riuscite a far approvare una risoluzione che contiene diversi impegni positivi, compreso il riferimento specifico alla riduzione del danno. Nonostante la necessità di alcuni compromessi, è stata adottata con 45 voti a favore, compresa la Cina: solo Stati Uniti e Argentina hanno votato contro.
Il Panel indipendente di esperti, entro il 2027, dovrà produrre proposte per la revisione del sistema globale di controllo sulle droghe. Un’opportunità straordinaria per affrontare l’incapacità sistemica di confrontarsi con la realtà. Se il panel saprà affrontare i danni causati dagli approcci punitivi, mettendo in discussione gli assunti ideologici oggi superati nei fatti, ma ancora incorporati nei trattati, potrà offrire percorsi per riallineare questo sistema arcaico con la salute, i diritti umani e la realtà vissuta da milioni di persone che usano droghe nel mondo.
Una alternativa pragmatica al proibizionismo
9 Aprile 2025
Paolo Nencini
https://ilmanifesto.it/una-alternativa-pragmatica-al-proibizionismo
Il fallimento del proibizionismo sulle droghe è descritto da una vasta letteratura scientifica e riconosciuto, spesso solo a fine carriera, anche da autorevoli esponenti politici.
Le alternative fin qui avanzate si possono ricondurre a tre filoni: la liberalizzazione, nella sua versione neoliberista o individualista; la legalizzazione regolata di alcune sostanze; la decriminalizzazione, che mantiene l’illecito ma rinuncia alla sanzione penale del consumo. Le ultime due opzioni si presentano come compromessi pragmatici tra proibizionismo e laissez faire, ma proprio per questo faticano a consolidarsi, spesso percepite come soluzioni provvisorie.
In questo stallo teorico e politico acquista interesse la proposta avanzata dai giuristi statunitensi David Pozen e Matthew Lawrence in due articoli su Harvard Law Review e Science. Il loro ragionamento parte dal fallimento del Controlled Substances Act del 1970, la legge federale americana che ha prodotto milioni di arresti e un bilancio devastante di morti per overdose. Pur nascendo nel contesto USA, la proposta ha un valore generale perché non si concentra tanto sulle singole sostanze quanto sul meccanismo che regge l’intero impianto repressivo: il sistema tabellare.
Pozen e Lawrence osservano che la collocazione di una sostanza nelle tabelle si fonda su tre criteri: potenziale d’abuso, capacità di indurre dipendenza, eventuale uso terapeutico accertato. Restano fuori, però, altri possibili benefici: religiosi, creativi, sociali, ricreativi. Così l’analisi considera solo una parte dei valori in gioco e spinge il sistema verso la risposta più restrittiva.
Non solo: quei criteri non sono nemmeno applicati coerentemente, se si pensa all’assurdità di collocare psilocibina ed eroina nella stessa tabella. Il risultato è un dispositivo poco credibile, che ignora il pluralismo delle esperienze di consumo e produce delegittimazione della legge e criminalizzazione.
Gli autori, però, non propongono la liberalizzazione pura. Al prohibition problem si affianca infatti il pharma problem: il rischio che all’eccesso di criminalizzazione si sostituisca un eccesso di commercializzazione. L’epidemia da oxycontin resta il caso esemplare di questa deriva, come oggi lo sono la corsa ai brevetti sugli psichedelici e l’interesse di Big Tobacco per la cannabis.
Da qui la proposta di una terza via, ispirata al pragmatismo della riduzione del danno. La prima novità è una Tabella A per le sostanze più pericolose: accesso decriminalizzato, ma consentito anche per usi non terapeutici dentro programmi di riduzione del danno, con registrazione, controllo del dosaggio, supervisione e luoghi sicuri di consumo. È la traduzione istituzionale delle stanze del consumo sicuro. Eroina e fentanyl ne sarebbero gli esempi principali.
La Tabella B includerebbe invece le altre sostanze psicotrope, sottoposte a una regolazione rigorosa della commercializzazione: limiti a pubblicità e promozione, politiche fiscali, restrizioni per i minori. In questo caso il peso sanzionatorio si sposterebbe dall’uso all’offerta, per impedire la sovra-commercializzazione. Cannabis e psilocibina potrebbero rientrare in questo ambito.
Uno dei meriti più forti della proposta è la sua flessibilità: le sostanze potrebbero passare da una tabella all’altra sulla base delle evidenze e dell’apprendimento istituzionale, rompendo l’attuale rigidità che rende quasi impossibile uscire da un regime restrittivo.
Il suo pregio maggiore, però, è politico e culturale: mostra una via d’uscita dalla sterile contrapposizione tra proibizionismo e liberalismo, dentro la traiettoria già aperta dalla riduzione del danno. Poiché l’uso di sostanze risponde a motivazioni molteplici, continuare a sottoporre milioni di persone ai rigori del diritto penale appare sempre meno sostenibile. Più che inefficace, il proibizionismo appare ormai insensato.

