Fela Kuti e la cannabis: Seun e Femi Kuti parlano della pianta, della persecuzione e della Rock Hall

30 Settembre 2026

Hernán Paness

https://hightimes.com/culture/they-used-it-as-a-weapon-against-my-father-fela-kutis-sons-on-weed-and-the-rock-and-roll-hall-of-fame/

Fela Kuti smoked ritually and said so publicly. The Nigerian state used it to call his politics Assurdo. In vista del suo ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, Seun e Femi Kuti raccontano cosa rappresentasse quella pianta per il padre e quale prezzo egli abbia dovuto pagare.

A volte ci vuole tempo per arrivarci, ma alla fine, finalmente, arriva una ricompensa. Questo novembre, quando si accenderanno le luci del Peacock Theater di Los Angeles, il nome di Fela Anikulapo Kuti verrà inciso a fuoco nella Rock and Roll Hall of Fame. Al di là del bronzo della storia e dello sfarzo dello show business, la notizia porta con sé un’innegabile giustizia poetica: insignito dell’Early Influence Award, è il primo artista solista africano a ricevere tale onorificenza; un traguardo che segue il Lifetime Achievement Award – una sorta di Grammy alla carriera – conferitogli dalla Recording Academy e ritirato dai suoi figli lo scorso gennaio.

Per un uomo che ha fatto del dissenso il suo linguaggio principale e della Kalakuta Republic (la sua micronazione domestica!) la sua roccaforte sovrana, questi riconoscimenti istituzionali giungono in un momento in cui l’Occidente sembra aver finalmente compreso che l’Afrobeat non era una moda passeggera, bensì una delle forme musicali fondamentali a livello mondiale. Il paradosso di celebrare qualcuno che il potere aveva perseguitato senza sosta trova oggi la sua interpretazione più chiara nelle voci dei suoi stessi eredi, Seun e Femi Kuti, i quali si sono fatti carico di custodire l’eredità del padre: un artista che non si è mai sottratto né al peso politico della propria opera, né al suo particolare legame con la cultura della cannabis.

Eppure, il riconoscimento tardivo delle accademie non cambia il fatto che la sua musica abbia sempre oscillato tra genio ritmico e agitazione sociale. Per Seun Kuti, il più giovane dei fratelli, la notizia rappresenta un atto di giustizia atteso da tempo: «Sento che questo riconoscimento arriva con grande ritardo, senza dubbio, perché l’Afrobeat esiste ormai da un pezzo ed è uno dei suoni più importanti al mondo; era quindi un traguardo atteso da tempo, considerando che, nel corso della sua vita, Fela non ha mai ricevuto alcun tipo di riconoscimento da parte dell’establishment». Allo stesso tempo, il musicista aggiunge che lo scenario attuale appare come un segno inequivocabile dei tempi, un sintomo del fatto che il pubblico contemporaneo non cerca soltanto un intrattenimento fine a se stesso, ma che “la gente vuole anche sostanza nella musica” ed esige “di essere educata attraverso l’arte”. In un’ottica complementare, ma con un pragmatismo molto più asciutto, Femi Kuti preferisce spogliare la questione di ogni misticismo: “Non credo che si tratti di un riconoscimento atteso da troppo tempo. Penso che ci sia voluto esattamente il tempo necessario. Non dimentichiamo che non è un premio africano, è un premio americano. Probabilmente c’è voluto tutto quel tempo affinché si convincessero pienamente”. Secondo questa logica, il ritardo riflette semplicemente un processo decisionale esterno.

“Fumava ritualmente”

Nella mitologia di Fela Kuti, la cannabis non è mai stata semplicemente un elemento ricreativo o un cliché della bohème artistica, ma è diventata piuttosto un pilastro fondamentale del suo approccio creativo e, al contempo, uno strumento di resistenza culturale. In un’epoca in cui il proibizionismo globale plasmava il senso comune (niente di nuovo, vi suona familiare?), il leader della musica nigeriana già considerava la pianta attraverso una lente medica e rituale.

In tal senso, Seun ricorda chiaramente la dimensione sacra che circondava l’uso della cannabis nella vita familiare quotidiana, definendo la pratica del padre attraverso una forte, diciamo, connessione mistica: “So che fumava ritualmente, Fela fumava molto, sai, ed era una sua abitudine. Per lui [era] anche un modo spirituale di connettersi quando intraprendeva, come diceva lui, i suoi viaggi astrali”. Se si dovesse riassumere questo stretto legame tra l’icona della musica africana e la pianta, la risposta di Femi è diretta: “La amava”.


Questa visione mistica si intrecciava direttamente con un’esplicita difesa delle proprietà benefiche della cannabis, anticipando di diversi decenni l’attuale ondata di legalizzazione e uso terapeutico in Occidente. Femi Kuti spiega che la posizione di suo padre sulle sostanze era chiarissima e veniva espressa apertamente, sia nella privacy della sua casa che al microfono durante le sue apparizioni pubbliche.

Infatti, suo padre spiegava spesso che la cannabis lo aiutava in diversi ambiti della sua vita, pur tracciando una linea di demarcazione per quanto riguarda le droghe pesanti: “Ci metteva in guardia dall’assumere droghe pesanti. Era molto contrario. Diceva che le droghe pesanti uccidono la libido e che la cannabis lo aiutava sia sessualmente che musicalmente. Non lo diceva solo a noi, ma lo diceva sempre apertamente. Era risaputo che questa fosse la sua opinione”, racconta Femi.

Il pretesto

Tuttavia, questo rapporto trasparente e pionieristico con la pianta divenne ben presto il pretesto ideale per l’apparato repressivo dello Stato nigeriano. Da quel momento, iniziarono a minare il suo messaggio e a tramare contro la sua opera. Le successive dittature militari e i governi civili trovarono nell’uso della cannabis la scusa perfetta per imporre censure e incarcerazioni che, nella sostanza, miravano a mettere a tacere un messaggio politico incendiario. I figli della leggenda vissero questa costante tensione tra la libertà individuale del padre e la persecuzione statale provando, durante la loro giovinezza, un profondo senso di confusione.

Femi ricorda l’indignazione nel vedere l’establishment locale celebrare come eroi culturali grandi figure della musica e del cinema americano – che facevano apertamente uso di ogni tipo di sostanza – mentre in Nigeria la pianta veniva usata come arma contro il dissenso: “Credo che per noi sia stato molto difficile… Per me era sempre fonte di confusione, perché molti dei grandi artisti, musicisti e attori americani fumavano o addirittura facevano uso di droghe pesanti, eppure qui venivano tutti considerati degli eroi. Bob Marley, James Brown, e così via”, spiega Femi.

Quella quotidianità tragica e magnetica all’interno del loro bunker comunitario è stata tramandata ai posteri in opere fondamentali come il documentario *Fela Kuti: Music Is the Weapon* (1982), girato tra le mura stesse di Kalakuta, o l’approfondito resoconto storico offerto da *Finding Fela!* (2014), in cui i filmati d’archivio portano alla luce il prezzo reale della sua ribellione.

Due figli, due risposte

Nel corso del tempo, il peso di quello stigma e le lezioni apprese dalla persecuzione hanno plasmato l’età adulta e il successivo percorso professionale dei due fratelli in modi molto diversi. Femi Kuti, ad esempio, prese la decisione drastica di smettere completamente di fumare, dopo averlo fatto in gioventù. La sua scelta non fu dettata da ragioni morali, bensì da una strategia di autodifesa puramente politica: “Non volevo che la gente dicesse che la cannabis era la causa delle mie idee politiche, perché la usavano come arma contro mio padre. Dicevano che, siccome fumava, aveva… le chiamavano ‘idee ridicole’. Eppure, lui diceva la verità. Raccontava la nostra realtà”.

“Dicevano che, siccome fumava, aveva… le chiamavano ‘idee ridicole’. Eppure, lui diceva la verità”.
Femi Kuti

Al contrario, Seun Kuti ha integrato la pianta nel suo processo creativo in un modo che richiama l’eredità del padre, pur adattandola alle esigenze della maturità. Il membro più giovane della dinastia considera la cannabis un’alleata fondamentale nel suo percorso di meditazione: “Direi che la cannabis è sempre stata una grande compagna nel mio processo meditativo, nel tentativo di entrare in contatto con il mio subconscio e di approfondire la mia comprensione, per creare la mia musica e cose del genere”.

Tuttavia, pur ammettendo di trovare sempre più difficile fumare durante le sessioni tecniche in studio o le esibizioni dal vivo, la pianta svolge ancora un ruolo significativo nelle fasi iniziali del suo lavoro, quando le idee cominciano a prendere forma prima di trasformarsi in composizioni musicali compiute.

La cerimonia prevista per novembre metterà finalmente fine a un dibattito che, negli ambienti musicali della controcultura mondiale, era già stato chiuso da tempo. Fela Kuti amava questa pianta perché la considerava parte di quella sovranità fisica e mentale che il sistema cercava di spezzare. Qui e ora, attraverso le testimonianze intrecciate dei suoi figli, si compie il vero trionfo del re dell’Afrobeat: un trionfo che non risiede nel ricevere una statuetta o nell’assicurarsi un posto in un museo, ma nella sopravvivenza di una fiamma familiare che continua a usare la musica come strumento di educazione popolare e la cannabis come vessillo di libertà, libertà, libertà.