Cannabis, persino la DEA si arrende all’evidenza

8 Settembre 2026

Redazione

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Undici giorni di audizioni e 2.533 pagine di verbali. Nonostante un procedimento dominato dagli oppositori, la DEA conclude: la cannabis non può più restare nella Schedule I.

Ci sono voluti undici giorni di udienze, migliaia di pagine di documenti, decine di testimonianze e un procedimento amministrativo talmente lungo da sembrare costruito apposta per dimostrare quanto sia difficile modificare una politica sulle droghe negli Stati Uniti. Ma alla fine persino la Drug Enforcement Administration è arrivata a una conclusione difficilmente equivocabile: la cannabis non può più rimanere nella Schedule I delle sostanze controllate.

A renderlo particolarmente evidente sono i documenti diventati pubblici nelle ultime settimane. Il 25 agosto la DEA ha pubblicato la versione definitiva dei verbali dell’audizione sulla proposta di trasferire la marijuana dalla Schedule I alla Schedule III del Controlled Substances Act: 2.533 pagine che documentano gli undici giorni di udienze svoltesi dal 29 giugno al 15 luglio 2026. A questi si aggiungono le memorie conclusive depositate dalle parti il 17 agosto. È una lettura interessante anche perché permette di osservare da vicino una delle più grandi contraddizioni della politica americana sulla cannabis.

La DEA, cioè l’agenzia che per decenni è stata uno dei principali pilastri istituzionali della guerra alla marijuana, si è trovata questa volta a sostenere la proposta di riclassificazione. E lo ha fatto all’interno di un procedimento nel quale, paradossalmente, praticamente tutti gli altri soggetti ammessi come parti erano contrari alla riforma. La documentazione ufficiale è raccolta dalla DEA nella pagina dedicata al procedimento.

Undici giorni per discutere l’evidenza

La vicenda comincia formalmente nel 2023, quando il Department of Health and Human Services, dopo una revisione scientifica richiesta dall’amministrazione Biden, raccomanda di trasferire la cannabis nella Schedule III. La differenza è tutt’altro che simbolica. Per appartenere alla Schedule I una sostanza deve, fra l’altro, non avere un uso medico attualmente accettato negli Stati Uniti. Ma ormai decine di migliaia di medici e milioni di pazienti utilizzano cannabis all’interno di sistemi terapeutici regolamentati dagli Stati. Il Dipartimento di Giustizia propose quindi formalmente il rescheduling nel maggio 2024. Il procedimento si arenò però in una lunga controversia amministrativa, fino alla sua ripartenza nel 2026.

La nuova audizione è stata imponente: dal 29 giugno al 15 luglio, con sedute previste dalle 9 alle 17. La DEA aveva annunciato fin dall’inizio che i verbali sarebbero stati pubblicati integralmente. Oggi possiamo misurarne materialmente le dimensioni: undici giornate e 2.533 pagine di trascrizioni. Ma la lunghezza non è l’aspetto più curioso.

Un processo con gli oppositori in prima fila

La selezione delle parti ammesse all’audizione lascia infatti parecchio da discutere. L’amministratore della DEA ha riconosciuto sette interested persons: National Drug & Alcohol Screening Association; Tennessee Bureau of Investigation; Smart Approaches to Marijuana; gli Stati di Nebraska, Idaho, Indiana e inizialmente Louisiana; DUID Victim Voices; il medico Kenneth Finn; il farmacista Phillip Drum. Non serve un sofisticato studio politologico per notare la caratteristica comune: sono tutti soggetti contrari, o fortemente critici, rispetto alla riclassificazione della cannabis. Nessuna organizzazione favorevole alla riforma è stata ammessa con lo stesso status. Nessuna associazione di pazienti. Nessuna rappresentanza dei sistemi statali che da anni regolano la cannabis terapeutica. Nessun soggetto dell’industria legale.

Non è un’interpretazione ricavata da qualche organizzazione antiproibizionista: l’elenco è quello pubblicato dalla stessa DEA. Il risultato è stato un procedimento singolare. Da una parte il governo federale, rappresentato dagli avvocati della DEA, chiamato a difendere il trasferimento nella Schedule III. Dall’altra una lunga serie di soggetti selezionati per contestarlo. È difficile non vedere in questa composizione almeno un indirizzo politico nella costruzione dell’audizione. Non significa che le testimonianze contrarie non dovessero essere ascoltate: rischi, dipendenza, sicurezza stradale, effetti sulla salute mentale e conseguenze dell’aumento (pur relativo) della potenza del THC sono questioni reali e meritano discussione. Il problema è un altro: perché costruire un procedimento sull’evidenza scientifica concedendo lo status di parte esclusivamente agli oppositori della modifica proposta?

Quando i testimoni contrari confermano la riforma

Ed è proprio qui che le 2.533 pagine diventano interessanti. Nel controinterrogatorio, gli avvocati del governo hanno più volte portato gli stessi testimoni contrari a riconoscere elementi difficilmente conciliabili con il mantenimento della cannabis nella Schedule I. Un esempio significativo arriva dall’ultima giornata. Deepak D’Souza, professore di psichiatria a Yale e testimone critico nei confronti della cannabis, aveva insistito sui rischi di psicosi e salute mentale. Sotto controinterrogatorio ha però riconosciuto che la maggioranza delle persone che consumano cannabis non sviluppa psicosi.

Gli avvocati della DEA gli hanno poi ricordato una sua precedente dichiarazione secondo cui la «overwhelming majority» delle persone utilizza cannabis moderatamente e la maggior parte non sperimenta conseguenze negative. D’Souza ha confermato che la citazione era corretta. Nello stesso interrogatorio è emerso inoltre che lo stesso studioso aveva riconosciuto in precedenti pubblicazioni evidenze di impiego terapeutico dei cannabinoidi per alcune indicazioni. È uno dei paradossi che attraversano l’intero procedimento: persino una parte dell’evidenza portata per contrastare il rescheduling finisce per indebolire la premessa necessaria a mantenere la cannabis nella categoria più restrittiva.

«Non può più rimanere nella Schedule I»

La conclusione della DEA è così diventata sorprendentemente netta. Nella memoria conclusiva depositata dopo le audizioni, il governo sostiene che la marijuana «can no longer remain in Schedule I». Non perché sia innocua. Nessuna delle parti lo sostiene. Il punto è molto più semplice: la classificazione delle sostanze non dovrebbe stabilire se una sostanza presenta dei rischi, ma quali siano quei rischi, quale sia il suo potenziale di abuso, se abbia un uso medico riconosciuto e come si collochi rispetto alle altre sostanze controllate.

E su questi parametri la vecchia classificazione è diventata sempre più difficile da sostenere. Già l’analisi scientifica dell’HHS aveva concluso che, sebbene alcuni consumatori possano utilizzare cannabis in modo pericoloso, la grande maggioranza non presenta esiti pericolosi per sé o per gli altri. Aveva inoltre rilevato che gli esiti avversi associati alla cannabis risultano generalmente inferiori rispetto a quelli osservati per eroina, cocaina e, per diversi indicatori, alcol.

La DEA arriva ora a sostenere che il profilo di abuso e dipendenza della cannabis è maggiormente coerente con quello delle sostanze collocate nella Schedule III che con quelle delle Schedule I o II.

Una riforma importante, ma non la legalizzazione

Naturalmente il passaggio alla Schedule III non significherebbe la legalizzazione federale della cannabis. Il possesso e la distribuzione al di fuori dei circuiti autorizzati continuerebbero a essere vietati dal diritto federale e rimarrebbe aperta la gigantesca contraddizione tra il Controlled Substances Act e gli Stati che hanno legalizzato la cannabis per uso adulto. Il rescheduling avrebbe comunque conseguenze importanti: riconoscerebbe definitivamente a livello federale l’esistenza di un uso medico della cannabis, ridurrebbe alcuni ostacoli alla ricerca e produrrebbe effetti rilevanti anche sul trattamento fiscale delle imprese del settore. Ma politicamente il passaggio più interessante è forse un altro.

Per oltre mezzo secolo la Schedule I ha contribuito a costruire l’immagine della cannabis come sostanza incompatibile con qualsiasi impiego medico e meritevole del massimo livello di controllo previsto dalla legge federale. Ora è la stessa DEA a dover sostenere che quell’assunto non regge più. E per arrivarci gli Stati Uniti hanno organizzato undici giorni di audizioni, prodotto 2.533 pagine di verbali e dato ampio spazio proprio a chi voleva dimostrare il contrario.In qualche modo è una perfetta metafora della fine della guerra alla cannabis americana: il proibizionismo continua ad avere abbastanza forza per rallentare il cambiamento, ma sempre meno argomenti per giustificare se stesso