La piccola mossa di Trump sulla canapa, la guerra alla droga torna alla Casa Bianca

19 Maggio 2026

Redazione

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/la-guerra-alla-droga-torna-alla-casa-bianca/

Trump svela la maschera: la nuova strategia antidroga Usa rilancia guerra, confini e astinenza: qualche apertura sanitaria, ma riduzione del danno e diritti restano ai margini.

La nuova National Drug Control Strategy 2026 dell’amministrazione Trump si presenta come un documento di governo, ma parla il linguaggio di una mobilitazione bellica. La Casa Bianca la definisce un vero “ordine di battaglia”, costruito attorno a una “offensiva incessante” contro droghe, cartelli e traffici. L’obiettivo dichiarato è una America in cui la vita “drug-free” sia la norma prevalente. È qui il cuore politico del documento: non una strategia di salute pubblica fondata su diritti, riduzione del danno e regolazione, ma il rilancio della vecchia guerra alla droga in una versione aggiornata, securitaria e nazionalista. Il documento rivendica il rafforzamento delle frontiere, l’uso di tecnologie di interdizione, la guerra ai precursori chimici e perfino i “kinetic strikes” contro presunti narcoterroristi.

La crisi overdose viene così ricondotta soprattutto all’alibi del nemico esterno. Non c’entra l’eccesso di oppiodi prescritti e la crisi economica e sociale che da anni colpisce gli USA. La colpa è dei cartelli, dei traffici transnazionali, della Cina, dei confini sguarniti e delle piattaforme online. È la grammatica classica del proibizionismo: militarizzare l’offerta, moralizzare la domanda, promettere sicurezza mentre il mercato illegale continua ad adattarsi.

Nel documento esistono anche aperture sanitarie. Si parla di rendere più disponibile il naloxone, anche nei luoghi in cui è più probabile l’uso di droghe, e di sostenere nuovi farmaci per invertire le overdose. Le test strips per fentanyl e altre sostanze vengono riconosciute come strumenti importanti, che dovrebbero essere legali e non considerate paraphernalia. Ma il punto è ciò che manca: nel testo della strategia non compare praticamente la cornice della riduzione del danno. Le misure salvavita vengono assorbite dentro un impianto centrato su trattamento, astinenza, deterrenza e controllo. Non c’è spazio per consumo più sicuro, drug checking, stanze del consumo, empowerment delle persone che usano droghe, partecipazione delle comunità colpite.

Anche la prevenzione è costruita come campagna culturale per il “non uso”. La strategia propone di mobilitare scuole, media, sport, luoghi di lavoro, famiglie e comunità religiose per rendere la vita senza droghe the American way of life. La fede viene esplicitamente indicata come risorsa nella lotta alle droghe, con un richiamo agli Stati Uniti come one nation under God. È una prevenzione che torna alla propaganda, dimenticando l’educazione. L’esperienza internazionale mostra che i giovani non hanno bisogno di slogan moralistici, ma di informazioni credibili, strumenti di consapevolezza, ascolto e protezione. Sul trattamento il documento riconosce l’importanza dei farmaci per il disturbo da uso di oppioidi, della buprenorfina e del contingency management per gli stimolanti. Ma anche qui il trattamento resta intrecciato alla giustizia penale: drug courts, carceri, supervisione di comunità, programmi di deflection. Il rischio è che la cura diventi un’alternativa condizionata alla punizione, non un diritto.

Sulla cannabis, infine, la strategia insiste quasi esclusivamente su rischi, dipendenza, psicosi, guida, mercati illegali e criminalità organizzata. Nessuna vera prospettiva di regolazione federale orientata a salute pubblica, giustizia sociale e riparazione dei danni della criminalizzazione, nonostante gli ordini esecutivi sulla riclassificazione e le aperture di facciata di Trump. Una strategia in linea con l’approccio alle droghe sin qui tenuto dall’amministrazione Trump: tagli a SAMHSA, CDC, NIH, programmi overdose, ricerca, naloxone e test strips rischiano di indebolire proprio gli strumenti che salvano vite. La contraddizione è evidente: da un lato la Casa Bianca parla di salute e trattamento; dall’altro rilancia guerra, confini, astinenza e tagli ai servizi. È il vecchio proibizionismo con parole nuove. E come sempre, a pagarne il prezzo saranno le persone che usano droghe, le comunità marginalizzate e chi lavora ogni giorno per ridurre morti, stigma e violenza.

La piccola mossa di Trump sulla canapa

29 Aprile 2026

Bernardo Parrella

https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/la-manovrina-di-trump-sulla-cannabis/

Bernardo Parrella scrive sulla parziale riclassificazione della cannabis negli USA per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 29 aprile 2026.

«La manovra odierna dichiara che quei prodotti a base di marijuana terapeutica già autorizzati dai singoli Stati d’ora in poi rientreranno della Tabella III, e prevediamo che la ricerca aumenti in maniera significa per capire meglio come guidare pazienti e medici in questo percorso. Ulteriori interventi sono previsti per quest’estate, con un’audizione amministrativa accelerata da parte del Ministero di Giustizia affinché la marijuana passi completamente dalla Tabella I alla III». Questa la dichiarazione di Heidi Overton, vice-direttrice del Domestic Policy Council della Casa Bianca, nel corso della recente cerimonia nello Studio Ovale in cui Trump ha firmato il decreto che avvia questo percorso di minima riclassificazione da estendere all’intero territorio statunitense. Chiariscono però le stesse autorità: «Quest’ordine dall’effetto immediato non legalizza la marijuana. Rende più facile per i ricercatori studiare e comprendere effettivamente le sue proprietà terapeutiche, soprattutto tra coloro che già ne fanno uso a tale scopo».

La Tabella I include sostanze con alto potenziale di abuso, nessun valore terapeutico riconosciuto e a rischio dipendenza senza supervisione medica, includendo oppiacei, certi stimolanti, psichedelici. Nella Tabella III rientrano invece sostanze quali barbiturici, narcotici e steroidi, cioè con ridotto potenziale di abuso, uso medico accettato e basso rischio di dipendenza. La procedura di revisione generale della cannabis è già in calendario per il prossimo 29 giugno, per chiudersi “non oltre il 15 luglio”. Si porterà così a conclusione il percorso amministrativo avviato sotto la presidenza Biden nell’ottobre 2022, riconoscendone il basso potenziale di abuso e citando oltre 30.000 professionisti sanitari che la raccomandavano a più di sei milioni di pazienti per almeno 15 condizioni mediche. Tuttavia, anche con la riclassificazione completa in Tabella III, la cannabis rimarrà proibita a livello federale. Né la si potrà trasportare da uno Stato all’altro. Verranno piuttosto azzerate alcune barriere burocratiche per la ricerca scientifica e al contempo le aziende di cannabis medica, già attive e autorizzate dai vari Stati, potranno usufruire di detrazioni e agevolazioni fiscali federali attualmente escluse. Se lo vorranno, tali aziende potranno seguire un ulteriore “processo di revisione accelerata” per ottenere la registrazione come produttore, distributore o rivenditore di marijuana a tutti gli effetti, rimanendo comunque sotto la giurisdizione della DEA. Sarà infatti sempre l’agenzia repressiva a gestire l’intero scenario, confermando che questo ritocco, ben lungi dall’affermare la fine della war on drugs, non è altro che un passo pragmatico dovuto a una certa pressione popolare e teso ad agevolare l’imprenditoria.

Tutt’altra cosa da quanto previsto nel Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement (MORE) Act – approvato due volte alla Camera in passato ma rimasto nel cassetto per via della nuova maggioranza repubblicana, e ora ufficialmente sponsorizzato da 65 deputati dem: “detabellizzazione” piena e totale, amnistia per alcune condanne federali non violente, nuove sentenze per certi reati e programmi di reinvestimento volti a sostenere le comunità maggiormente colpite dal proibizionismo. Proposta tutt’ora silenziata, in attesa dell’auspicato ribaltamento dem alle prossime elezioni di midterm. Questa manovrina sulla cannabis si limita a confermare la preferenza di Trump per la flebile scorciatoia dell’ordine esecutivo, evitando così ogni discussione in aula e ancor più il relativo dibattito pubblico. E ne chiarisce l’obiettivo di fondo: risalire dall’approvazione popolare ai minimi storici e conquistare voti tra giovani, imprenditori e libertari in vista della cruciale tornata di novembre.