La prigione non è un posto adatto ai coltivatori

15 Luglio 2026

Redazione

La tradizionale Marcia Globale per la Marijuana di Madrid, che ancora una volta ha portato in piazza le rivendicazioni del movimento per la cannabis, è stata preceduta quest’anno da un evento interessante: la conferenza “Il carcere non è un posto per chi coltiva la vita”, organizzata da Cannabis en Lucha (Cannabis in Lotta) al Congresso dei Deputati.

Diversi gruppi sociali sono intervenuti all’evento, ponendo al centro del dibattito le conseguenze del modello proibizionista per gli individui. Parlare di carcere è il tema principale quando si discute con i proibizionisti.

Cercano sempre di confondere la questione con vari studi, la falsità dell’escalation verso droghe più pesanti, il presunto danno per gli adolescenti o l’inesistente aumento dei disturbi mentali.

Tutta questa retorica da retroscena può essere confutata, poiché esistono numerosi studi che indicano il contrario nei paesi in cui la cannabis è stata regolamentata. Ma la domanda chiave non è questa, bensì: “Siete favorevoli a continuare a incarcerare le persone per la coltivazione di marijuana?”. Cercheranno sempre di evitare di rispondere alla domanda, arrivando persino ad affermare che ormai facciamo quello che vogliamo e che in Spagna nessuno viene incarcerato per coltivazione di marijuana. Per questo è importante sottolineare che ci sono effettivamente persone incarcerate per coltivazione di marijuana e chiedere loro ripetutamente: “Siete favorevoli al carcere per coltivazione di marijuana?”.

D’altro canto, è opportuno notare che in tutti questi anni di proibizionismo, la marijuana non è mai stata eliminata dalle carceri. Il quotidiano El Confidencial ha condotto un’analisi dettagliata della presenza della droga nelle carceri, presentando richieste ai sensi della Legge sulla Trasparenza e integrando i dati del Ministero dell’Interno, del Governo catalano e del Governo basco con informazioni fornite all’Associazione degli Ufficiali Penitenziari (ACAIP), ma negate a El Confidencial. I risultati mostrano che, tra il 2019 e il 2021, sono stati sequestrati 180 chili di cannabis nelle carceri spagnole..

La stessa indagine ha indicato che quasi un quarto dei decessi nelle carceri spagnole è dovuto alla droga, nello specifico il 23,5%. Inoltre, i sindacati degli agenti penitenziari ammettono apertamente che è impossibile impedire l’ingresso della droga nelle carceri.

Se non sono in grado di controllare la droga in un ambiente chiuso come le carceri, come possono aspettarsi che il proibizionismo sia efficace per strada? Inoltre, non stiamo parlando solo dei contadini che finiscono in prigione, ma anche di tutti coloro che vengono processati.

Trascorrere del tempo nelle celle di detenzione, aspettare anni per il processo, testimoniare, attendere la sentenza, è un processo che distrugge la vita e i nervi di molte persone; in loro si possono riscontrare fattori come l’aumento dei livelli di cortisolo, la diminuzione del sonno e l’aumento del consumo di sostanze psicotrope.

Questo è ciò che viene definito il calvario del banco degli imputati. E questa stessa punizione,viene applicata in misura minore a coloro che vengono perquisiti e multati, a coloro a cui vengono estirpate le piante o a coloro a cui viene revocata la patente di guida a causa di test antidroga che producono sistematicamente falsi positivi.

L’obiettivo è quello di tenere le persone sotto pressione e privarle del diritto al libero sviluppo della propria personalità. In questa selvaggia campagna repressiva, oltre a perseguitare chi crea la vita, l’intento è quello di attaccare le basi fondamentali dell’industria della cannabis, ovvero i semi. In questo senso, è stata effettuata una massiccia retata contro i grow shop a Granada, dove sono state inflitte multe fino a 30.000 euro. Ora l’Alta Corte di Giustizia dell’Andalusia ha annullato queste sanzioni, chiarendone definitivamente la legittimità. Questa sentenza rafforza, ancora una volta, il nostro diritto di coltivare la nostra cannabis, che è il nostro strumento più efficace.

Durante l’evento “Cannabis in lotta”, l’attivista Esther Muñoz ha sostenuto con forza la disobbedienza civile. Dopo tanti passi falsi del portavoce del Partito Popolare omonimo, è emersa un’altra Esther Muñoz, pronta a fare chiarezza:

“La risposta più onesta, dignitosa e trasformativa è la disobbedienza civile. Coltivare cannabis quando lo Stato la proibisce senza motivo significa dire: ‘Non accetto le vostre regole perché le vostre regole non accettano la mia vita’”. Significa affermare che la salute non può dipendere da un mercato illegale o da un’industria farmaceutica che decide chi merita sollievo e chi no. Significa affermare che l’autonomia personale è al di sopra di un codice penale che punisce chi coltiva una pianta, ma permette ad altri di trarne profitto. Significa affermare che la comunità ha il diritto di organizzarsi, di prendersi cura di sé, di sostenersi senza chiedere il permesso. La coltivazione politica non è solo piantare semi. Significa piantare un confine. Significa piantare un “fin qui e non oltre”. Significa piantare un’alternativa. E lo dico per esperienza: ogni volta che accendevo una lampada, ogni volta che innaffiavo una pianta, ogni volta che condividevo una talea con qualcuno che ne aveva bisogno, esercitavo un diritto che la legge mi negava. E insegnavo a mio figlio – anche se ancora non lo sapeva – che ci sono leggi che si rispettano e leggi che si cambiano. E che le leggi ingiuste si cambiano disobbedendo. La disobbedienza civile non è un capriccio.È una tradizione politica che ha trasformato intere società. E il movimento per la cannabis è uno strumento essenziale. Perché se aspettiamo che lo Stato ci dia il permesso di vivere con dignità, continueremo ad aspettare per generazioni. A maggio eravamo in piazza e al Congresso; per il resto dell’estate continueremo la lotta per la cannabis in ogni pianta. Godetevi il sole, coltivate la vita.”