Io Coltivo “congelata” al Senato: diffida e ricorso alla Consulta

13 Marzo 2026

Redazione

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L’iniziativa di Meglio Legale e Associazione Coscioni per sbloccare l’incardimento della proposta di legge popolare ferma da oltre un anno al Senato.

Una legge di iniziativa popolare con oltre 54 mila firme validate, depositata e assegnata alle Commissioni, ma mai discussa. È il caso del ddl S. 1317 “IoColtivo”, che propone la depenalizzazione della coltivazione di cannabis per uso personale e in forma associata. Meglio Legale e Associazione Luca Coscioni (con Marco Perduca) hanno inviato una diffida formale alla Presidenza del Senato e alla Conferenza dei Capigruppo: contestano il mancato rispetto dell’articolo 74 del Regolamento di Palazzo Madama, che disciplina il trattamento delle leggi d’iniziativa popolare.

Il punto, nella ricostruzione delle organizzazioni, è semplice: il ddl è stato depositato il 5 giugno 2024 con le firme raccolte e poi validate; è stato assegnato alle Commissioni competenti il 23 dicembre 2024. Da lì, però, sarebbe calato il silenzio: nessuna calendarizzazione. E qui entra in gioco il Regolamento interno del Senato: secondo i promotori della diffida, l’articolo 74 impone l’avvio dell’esame entro un mese e la conclusione dell’iter entro tre. Se queste scadenze sono parte degli obblighi autoimposti da Palazzo Madama, ignorarle — sostengono — non è una semplice scelta politica: è una lesione procedurale che rischia di svuotare l’istituto costituzionale dell’iniziativa popolare.

Nelle dichiarazioni diffuse, Antonella Soldo (presidente di Meglio Legale) e Marco Perduca (Associazione Luca Coscioni) parlano di “violazione grave delle regole democratiche”. E insistono su un passaggio che va oltre il merito — cannabis sì, cannabis no — per spostare la questione sul terreno delle garanzie: da oltre tredici mesi, dicono, il Senato “ignora” una proposta sostenuta non solo da decine di migliaia di cittadini, ma anche da più di 70 organizzazioni della società civile. Il rischio, aggiungono, è un “precedente pericoloso” che rende l’iniziativa legislativa popolare una procedura formalmente prevista ma politicamente disinnescabile con la sola inerzia.

La diffida mette un ultimatum: 15 giorni per adempiere, cioè per rimettere in moto un iter che, nei fatti, appare congelato. In caso contrario, le associazioni annunciano un doppio fronte: da un lato un ricorso per conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale; dall’altro una richiesta di risarcimento danni pari a 60 mila euro, indicata come copertura dei costi sostenuti per la raccolta firme online. Anche questo dettaglio non è secondario: segnala che l’inerzia istituzionale, oltre a un danno democratico, può produrre un danno materiale — e che i promotori intendono trasformarlo in un elemento di pressione pubblica e giudiziaria.

Il caso IoColtivo torna così a mettere a nudo una contraddizione che in Italia si ripresenta ciclicamente: la distanza tra partecipazione democratica e agenda parlamentare. La Costituzione prevede la legge di iniziativa popolare come strumento di intervento dal basso; i regolamenti parlamentari dovrebbero impedire che quel canale si trasformi in un binario morto. Ma quando la calendarizzazione diventa discrezionale di fatto — perché basta non decidere — il “diritto di proposta” rischia di essere ridotto a un rito: si raccolgono firme, si superano i controlli formali, si deposita il testo, e poi tutto può fermarsi senza un atto politico esplicito, senza un voto, senza un’assunzione di responsabilità pubblica.

È questo lo snodo che Meglio Legale e Coscioni provano a forzare con la diffida: non chiedono soltanto che il Senato discuta la cannabis, ma che rispetti le proprie regole e, soprattutto, che non si arroghi il potere di scegliere quali regole applicare. “Le istituzioni non possono scegliere quali regole rispettare”, concludono Soldo e Perduca, rivendicando un principio minimo: se una proposta ha già superato i controlli formali, va discussa. Poi la politica farà il suo mestiere — emendare, respingere, approvare — ma lo deve fare alla luce del sole, non nel buio dell’inerzia.

Ora la palla torna a Palazzo Madama. Se entro quindici giorni non arriveranno segnali concreti, la partita si sposterà sul terreno costituzionale, con un conflitto di attribuzione che potrebbe aprire un precedente importante: non sul merito della cannabis, ma sul peso effettivo degli strumenti di democrazia partecipativa e sui limiti dell’autonomia parlamentare quando si traduce in paralisi. In gioco, ancora una volta, non è solo una sostanza: è la credibilità delle procedure democratiche quando i cittadini provano a usarle davvero.