Il Texas lo ha condannato a 75 anni. Aveva 19 anni e, mentre era in carcere, è nato suo figlio

19 Ottobre 2026

Mary Bailey

https://hightimes.com/activism/texas-gave-him-75-years-for-cannabis-he-was-19-and-his-son-was-born-while-he-was-inside/

Julian Andrade aveva 19 anni quando è iniziato il suo caso giudiziario. Attualmente sta scontando una pena di 75 anni per reati legati al THC e alla marijuana, con l’aggravante del possesso di un’arma letale. Suo figlio è nato mentre lui si trovava in carcere.

Nota della redazione: questo articolo è stato aggiornato il 5 ottobre 2026. La versione originale descriveva il caso di Andrade come un reato non violento legato alla cannabis, omettendo dettagli presenti negli atti giudiziari, tra cui l’accertamento del possesso di un’arma letale, nuove accuse formulate durante il periodo di libertà vigilata e la mancata comparizione in tribunale. Tali dettagli sono stati aggiunti dalla redazione di High Times.

Julian Andrade è nato e cresciuto a Fort Worth, in Texas. Si trova in prigione dal 2023, dove sta scontando una condanna a 75 anni per reati legati agli stupefacenti in Texas, a cui si aggiungono pene concorrenti di 50 e 10 anni.

Julian è padre. Suo figlio è nato mentre lui era detenuto: un momento importante che non ha potuto condividere e un’infanzia a cui non può assistere di persona. Sua zia gli è rimasta accanto con fermezza, sostenendolo e impegnandosi affinché la sua storia venga raccontata.

Il caso

Secondo un parere del 2024 della Seconda Corte d’Appello del Texas, nel giugno 2021, durante l’esecuzione di un mandato di perquisizione legato a sostanze stupefacenti, la polizia ha arrestato Andrade, rinvenendo circa 50.000 dollari in contanti, ingenti quantità di marijuana e THC, oltre a diverse armi da fuoco, alcune delle quali risultate rubate.

Nel febbraio 2022, l’uomo si è dichiarato colpevole di possesso ai fini dello spaccio di oltre 400 grammi di THC (diverso dalla marijuana) e di possesso di una quantità di marijuana compresa tra 5 e 50 libbre (circa 2,3–22,7 kg) – in entrambi i casi con l’aggravante dell’uso di un’arma letale – ottenendo la sospensione condizionale della pena (deferred-adjudication probation) per un periodo di cinque anni.

Un investigatore ha inoltre testimoniato che Andrade era diventato il leader di AOB, descritta dalla corte come un’organizzazione criminale di strada.

Due mesi dopo l’inizio del periodo di prova, Andrade è stato nuovamente arrestato nel corso di un’irruzione della SWAT in un’abitazione a Fort Worth; al momento dell’arresto, portava con sé un’arma da fuoco.

È stato quindi incriminato per possesso di THC ai fini dello spaccio – con l’accusa di aver utilizzato o esibito un’arma da fuoco come arma letale – oltre che per possesso di marijuana e detenzione illegale di armi.

Nel corso dell’anno successivo, è risultato ripetutamente positivo ai test antidroga, non si è presentato a un’udienza nel giugno 2023 ed è finito nella lista dei ricercati della contea di Tarrant, prima di essere nuovamente arrestato dalla polizia.

Nel 2023, si è dichiarato colpevole della nuova accusa legata al THC, inclusa l’aggravante dell’uso di un’arma letale. La corte ha emesso le sentenze per tutti e tre i procedimenti: 50 anni per la prima accusa relativa al THC, 10 anni per quella riguardante la marijuana e 75 anni per la seconda accusa legata al THC, con pene da scontare simultaneamente.

In seguito, l’uomo ha ammesso di aver rifiutato una proposta di patteggiamento a 30 anni avanzata dalla pubblica accusa.

La corte d’appello ha confermato le condanne, motivando la decisione con la reiterata detenzione di armi da fuoco, la commissione di nuovi reati durante il periodo di prova e la mancata comparizione in tribunale.

Dagli atti giudiziari non emerge che vi siano stati feriti.

Questa è la sua storia, raccontata con le sue stesse parole.

Una vita frenetica e sogni più grandi

Prima del suo arresto, Julian era una persona che dedicava tutto il suo tempo alle persone che amava. «Prima della detenzione, passavo ogni istante possibile con la mia famiglia e i miei cari», racconta. Sotto la superficie, però, nutriva una vera ambizione. I suoi obiettivi non erano affatto modesti: voleva avviare delle attività, coinvolgere altri nel suo percorso, creare qualcosa e condividerlo.

«A 19 anni, pensavo di aver intrapreso una strada fatta di una vita frenetica, da cui però non sapevo come uscire».

Shock, confusione e una ferma, silenziosa determinazione

Quando è arrivata la sentenza, Julian non ha reagito con rabbia. Si è chiuso nel silenzio.
«Ero sotto shock, senza parole, ferito, ma soprattutto confuso. Non ho fatto del male a nessuno. Si trattava solo di cannabis».

Oggi, nella maggior parte degli Stati americani, la cannabis è legale o depenalizzata. In Texas, un uomo – il cui caso giudiziario ha avuto inizio quando aveva 19 anni – ha ricevuto una condanna più lunga della durata media di un’intera vita umana.

Julian racconta di essersi rifiutato di lasciare che quella pena lo svuotasse interiormente. Da quando è in prigione, dice di essersi avvicinato a Dio e incoraggia gli altri a fare lo stesso. Sfrutta questo tempo per maturare e diventare un uomo migliore, non solo per le persone che lo aspettano fuori, ma anche per se stesso.

«Da quando ho ricevuto la mia condanna, la mia prospettiva è cambiata completamente. Ora uso questo tempo per maturare, crescere e diventare un uomo migliore per la mia famiglia, i miei amici e in vista della mia scarcerazione, ma soprattutto per me stesso».

Un padre dietro le sbarre

Il figlio di Julian è venuto al mondo mentre Julian era in carcere. Niente stanza d’ospedale, nessun primo vagito da ascoltare, nessuna mano da stringere. Resta solo il domandarsi come siano le cose.

«Mio figlio mi manca ogni giorno. Fa male sapere di non poterlo aiutare, né tantomeno vederlo crescere. Mi chiedo continuamente cosa stia facendo, che tipo di bambino sia, cosa gli piaccia. Spero che un giorno potrò fare con lui le stesse cose che mio nonno faceva con me».

«Mio figlio è tutto per me».

Il peso quotidiano

Se chiedi a Julian quali siano le sue sfide più difficili, le sue risposte non riguardano le condizioni carcerarie o le politiche giudiziarie in senso astratto. Sono questioni profondamente personali.

«La sfida più grande che affronto ogni giorno è la nostalgia di casa. La speranza di tornare libero prima che mio nonno o mia madre vengano a mancare. Il desiderio di poter essere presente durante gli anni dell’infanzia di mio figlio. E quello di godermi la vita nel mondo libero finché sono ancora giovane».

È una corsa contro il tempo su ogni fronte: contro il dolore, contro l’infanzia di suo figlio che scorre via, contro la sua stessa giovinezza che svanisce tra le pareti di una cella. Eppure, c’è qualcosa che lo spinge ad andare avanti.

«Il mondo sta cambiando. Ma, soprattutto, c’è il sogno di ciò che farò e della vita che voglio condurre una volta tornato in libertà».

Lo intende anche in senso letterale. Julian racconta di non vedere l’ora di fare rifornimento di benzina, di camminare tra gli scaffali di un supermercato e, un giorno, di aiutare altre persone che si trovano in situazioni simili alla sua.

Ciò che Julian vuole farti sapere

«So cosa ho fatto. Ho infranto la legge. Ma non credo che persone come me, o altri, debbano scontare pene così lunghe, specialmente per un reato non violento o per qualcosa che è accettato in oltre metà degli Stati Uniti e in altre parti del mondo.

Ero ancora un ragazzo quando sono entrato in prigione. Stavo ancora crescendo e maturando, e lo sto facendo tuttora. Non ho fatto del male a nessuno; non l’ho mai fatto e non lo farò mai. Non merito tutto questo tempo.

Capisco di aver infranto la legge, così come altri, ma non dovremmo passare più di 5 anni in carcere per una pianta».

Sua zia è rimasta al fianco di Julian fin dall’inizio, sostenendolo con determinazione e costanza. Julian spera che un giorno potrà raccontare la sua esperienza da uomo libero, rivolgendosi a chi sta attraversando un momento difficile per dire loro che una via d’uscita esiste.

La porta della clemenza è quasi del tutto sigillata

Julian vorrebbe ottenere una commutazione della pena, ma in Texas questo percorso è estremamente arduo. Per essere presi in considerazione, è generalmente richiesta una raccomandazione scritta da parte della maggioranza dei funzionari giudiziari attualmente in carica che hanno partecipato al processo, oltre al rispetto di ulteriori norme stabilite dalla commissione per la libertà vigilata. Il sistema che lo ha condannato è lo stesso da cui dovrebbe ottenere il nulla osta per poter uscire.

Una questione di proporzioni

Le condanne di Andrade riguardano reati legati al THC e alla marijuana, aggravati dal possesso di armi da fuoco; i tribunali li hanno considerati crimini gravi. La sua famiglia e i suoi sostenitori sostengono che una pena di 75 anni per reati commessi a 19 anni sia sproporzionata rispetto all’attuale approccio di gran parte del Paese nei confronti della cannabis. Oggi Andrade è padre e sta trascorrendo dietro le sbarre quelli che dovrebbero essere alcuni degli anni più liberi della sua vita.

«Spero che ciò che è accaduto a me e ad altri come me non accada più».