12 Febbraio 2026
https://www.justbob.it/il-club-des-hashischins/
https://www.cocosse.com/2020/12/club-des-hashischins-paris-1844-1849/z
Come lo psichiatra Jacques-Joseph Moreau iniziò all’hashish gli scrittori e poeti Hugo, Dumas, Baudelaire e Balzac
Nella Parigi di metà Ottocento un circolo misterioso, composto da intellettuali, pittori, scrittori e poeti del calibro di Victor Hugo, Alexandre Dumas, Honoré de Balzac, Charles Baudelaire ed Victor Eugène Delacroix ha iniziato a fare sperimentazioni a base di hashish...
Gli artisti di ogni epoca hanno sempre esplorato il campo della comune percezione sensoriale, curiosi di spostare il limite del visibile, mai accontentandosi della banale descrizione della realtà.Questo gruppo di scrittori francesi del 1800 dimostrò cosa può fare la cannabis: ampliare le capacità intellettuali letterarie e creative.
Infatti Il club des Hashischins, lo storico gruppo parigino che sperimentò ed esplorò gli effetti dell’hashish, tento di utilizzarlo anche per stimolare la propria creatività. Da secoli gli intellettuali sono stati incuriositi da sostanze psicotrope e psichedeliche in grado di alterare gli stati mentali e ne hanno esplorato effetti e proprietà, a volte riuscendo a utilizzare queste sostanze a fini artistici, altre volte, purtroppo, rimanendone soggiogati e dipendenti.

Breve storia dell’hashish in Europa
Come arrivò l’hashish in Europa? E chi lo introdusse?
Tra il XII e il XIII secolo i crociati entrarono in contatto con la setta musulmana degli Ḥashīshiyya, che significa appunto ‘dediti all’hashish’.
Il termine attuale ‘assassino’ deriva proprio da hashish, sì, perché gli hashīshiyya erano così violenti che il termine ha assunto tale connotazione negativa.
La setta degli assassini aveva la propria base nella rocca di Alamut, presso Qazwin in Persia, l’attuale Iran e imperversava tra Siria e Palestina terrorizzando i villaggi con razzie e indicibili violenze.
Prima di essere sconfitta dai mongoli di Gengis Khan, intorno alla metà del XIII secolo, spadroneggiava indisturbata sconfiggendo a varie riprese le truppe musulmane e quelle franche.
Perciò, fino ad allora, gli europei associavano l’hashish a questi terribili guerrieri e alle loro cruente imprese .
Ma la prima volta in assoluto, almeno secondo le fonti storiche più accreditate, che gli europei ebbero a che fare con l’hashish più direttamente, fu durante la campagna napoleonica in Egitto.
Nel 1798 infatti i soldati francesi, per alleviare i dolori fisici e psicologici della guerra, presero l’abitudine di assumere hashish.
Tale sostanza era diffusa da tempo tra le popolazioni arabe, e gli europei, non potendo trovare alcolici, in quanto proibiti nelle società islamiche, iniziarono a imitare gli indigeni e sperimentare gli effetti dell’hashish.
Napoleone però non vedeva di buon occhio questa nuova usanza, notava infatti che rendeva le truppe più fiacche e impigriva gli animi dei soldati, per cui ne limitò la diffusione e tentò di arginarne il successo.
Profeticamente Théophile Gautier, noto membro del club, scrisse:
“Volevamo conquistare Algeri, invece Algeri ha conquistato noi!”
Infatti, nonostante i divieti napoleonici, conclusa la guerra, i militari importarono in Francia notevoli quantità di hashish e iniziarono molti membri dell’alta società parigina al suo consumo.
Ed è in questo contesto storico che nacque il mitico Club des Hashischins.

La nascita del Club des Hashischins
Il Club des Hashischins fu un club letterario e culturale fondato a Parigi da Jacques-Joseph Moreau nel 1844 e fu attivo fino al 1849.
Moreau era un medico e psichiatra francese, il primo in Europa, a quanto ne sappiamo, a studiare gli effetti terapeutici o semplicemente psicotropi dell’hashish. Insomma, un vero pioniere nel campo della cannabis utilizzata a scopo medico, specialmente per trattare casi psichiatrici.
Proprio Moreau riunì nel suo gruppo i migliori intellettuali francesi dell’epoca, attirando la curiosità di molti artisti, pittori e poeti.
Il circolo era solito ritrovarsi all’Hôtel de Lauzun, storico albergo del Seicento che si affaccia sulla Senna e in queste lunghe serate i partecipanti sperimentavano gli effetti dell’hashish, sia in ambito creativo che curativo.
Di questo circolo fecero parte i poeti e scrittori Victor Hugo, Charles Baudelaire, Gérard de Nerval, Théophile Gautier, Alexandre Dumas, Honoré de Balzac, ma anche il pittore Eugène Delacroix.
Dopo ne conversavano lungamente, paragonando le proprie esperienze, discutendo sulle sensazioni, diverse per ognuno, talvolta anche negative.
Qualcuno si rendeva conto di quanto la sostanza fosse utile per conciliare il sonno, altri la assumevano per essere più produttivi o per stimolare l’immaginazione; altri ancora invece, testimoniarono effetti negativi, notarono un acuirsi dell’ansia e dell’angoscia, e dopo un uso assiduo anche vuoti di memoria a breve termine.
Charles Baudelaire si sballava e scriveva poesie e saggi. Alexandre Dumas amava la marijuana e scrisse Il Conte di Montecristo e I tre moschettieri, Victor Eugène Delacroix si dedicò alla cannabis e fu uno dei pionieri della scuola artistica romantica francese. Victor Hugo si dedicò intensamente alla cannabis e scrisse I Miserabili e Notre-Dame de Paris. Tutti e tre crearono capolavori che molti considerano ancora oggi una lettura obbligata. Ma cosa sarebbe successo se non avessero fumato? La loro produzione letteraria sarebbe stata la stessa?
Molte loro opere furono concepite e realizzate sotto l’effetto dell’hashish e vari collezionisti e critici ancora oggi si divertono a ipotizzare quale opera o dipinto sia stata creata sotto i fumi, è proprio il caso di dirlo, dell’hashish.
In poche parole, la cannabis fornì una spinta creativa, un cambio di prospettiva, a questi scrittori. Attingevano alla follia della mente, ai colpi di scena surreali e alle gioie inaspettate della vita. Furono in grado di giocare e liberarsi dalle convenzioni sociali per creare temi di vendetta, amicizia (con uomini E gargoyle) e amore. Sì, può cambiare la direzione del lavoro di un artista, abbassare le inibizioni, così che l’artista possa esprimersi liberamente senza giudizio, ma sblocca ciò che è già dentro di lui.
Tali pratiche incrementarono l’aura di mistero e il fascino di cui godevano questi artisti ma contribuirono anche ad alimentare pettegolezzi e maldicenze tra cittadini comuni o tra censori e moralisti dell’epoca.
Già da metà Ottocento cominciarono a sorgere, seppur in modo ancora embrionale, i primi movimenti proibizionisti, preoccupati dalla diffusione di sostanze psicotrope e dagli effetti che potevano causare tra i cittadini comuni.

Che cos’è il dawamesk?
Il circolo des Hashischins svolgeva delle sedute in cui lo consumava in dosi massicce, chiamate fantasias dai membri del club.
I partecipanti, sotto la supervisione del dottor Moreau, ingerivano il dawamesk, una pasta o marmellata verdognola mischiata a grasso, miele e pistacchi, e gli effetti erano davvero intensi a sentire le testimonianze.
Il dawamesk fu descritto per la prima volta in Europa dal farmacista M. Latourou alla Pharmaceutical Society nel 1847.
Ulteriori curiosità sul Club des Hashischins
Oltre alle famose sessioni all’ Hôtel de Lauzun, “le Club des Hashischins” aveva anche rapporti con altri intellettuali e scrittori minori dell’epoca, come Gérard de Nerval e Gustave Flaubert, che, sebbene non membri fissi, rimasero affascinati dalle storie dei partecipanti. Alcuni di loro annotavano le proprie esperienze in appunti e diari, creando un vero e proprio studio sull’influenza dell’hashish sulla creatività.
Le sedute si tenevano spesso sulla Île Saint-Louis, affacciata sul fiume Senna, e i membri discutevano lungamente, ordinando il consumo della sostanza in modo calibrato. Tra loro si parlava di sperimentazione, effetti sensoriali e percezioni insolite, come raccontano anche gli scritti dei cosiddetti “mangiatori” di hashish.
Oggi, curiosamente, molte di queste storie e trattati storici possono essere facilmente reperiti su Amazon, dove è possibile l’ acquisto di volumi rari o moderni articoli sul tema, con consegna diretta a casa. Persino i prodotti leciti come CBD trovano un legame simbolico con queste ricerche: mentre allora si trattava di hashish, oggi la curiosità scientifica continua a stimolare scienziati e appassionati alla ricerca di nuovi stimoli creativi.
Se volete immergervi nella storia del club, alcuni libri riportano anche l’ indirizzo delle riunioni, il prezzo pagato dai membri e i dettagli delle singole sessioni, rendendo chiara l’organizzazione e l’ordine di un circolo che seppe unire cultura, sperimentazione e intrighi letterari.

Hashish e altre sostanze psicotrope in alcuni libri del 1800
Gli incontri del gruppo si tenevano con cadenza mensile a casa del pittore Joseph Ferdinand Boissard de Boisdenier all’Hôtel de Lauzun in un appartamento di proprietà del barone Jérôme Pichon.
Nell’Ottocento le sostanze psicotrope come l’oppio destavano molto interesse e curiosità, sia negli ambienti medici che in quelli letterari, divenendo una vera e propria moda, quasi uno status symbol della buona società.
A tal proposito Gautier osservò ironicamente:
“L’hashish finirà per sostituire lo champagne!”
Uno dei primi libri del periodo ad approfondire gli effetti delle sostanze stupefacenti è del 1821, ci riferiamo a ‘Le confessioni di un mangiatore d’oppio‘ di Thomas de Quincey.
Proprio qualche anno dopo, il dottor Moreau, fondatore del Club des Hashischins, studiò gli effetti dell’hashish assumendolo regolarmente.
Moreau approfondì il tema durante i suoi viaggi tra il 1837 e il 1840 in Egitto, Siria e Asia Minore. Al suo ritorno in Francia, continuò a sperimentarla personalmente e nel 1845 pubblicò il libro ‘Du haschich et de l’aliénation mentale’, in cui analizzò il rapporto tra hashish, deliri, sogni e allucinazioni in persone comune e in pazienti affetti da turbe psichiche.
Quest’opera è considerata il primo trattato medico-scientifico sul tema degli stupefacenti.
Un altro libro molto importante sul tema è del 1857 e si chiama ‘The Hasheesh Eater’, sebbene l’autore Fitz Hugh Ludlow non intrattenesse rapporti col club.
In quest’opera autobiografica lo scrittore americano descrive gli effetti dell’hashish, le visioni psichedeliche e le allucinazioni da esso provocate.

L’esperienza di Gautier con gli Hashischins
Nel 1843 Théophile Gautier, noto scrittore bohemien, appartenente al circolo del dottor Moreau, raccontò delle sue esperienze con l’hashish in un lungo racconto a puntate dal titolo ‘Le Haschich’.
Qui, vestiti ritualmente con abiti arabi, bevevano caffè forte, abbondantemente mescolato con hashish, che Moreau chiamava dawamesk, alla maniera araba. Sembrava, riferirono i membri, una conserva verdastra, i cui ingredienti erano una miscela di hashish, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, pistacchio, zucchero, succo d’arancia, burro e cantaridi. Alcuni di loro avrebbero scritto delle loro esperienze “sotto l’effetto di sballi”, anche se non tutti. Balzac frequentava il club ma preferiva non concederselo, anche se nel 1845 il grande uomo crollò e ne mangiò un po’. Raccontò ai compagni membri di aver udito voci celestiali e di aver visto visioni di dipinti divini.
Gautier, scrivendo un saggio sul poeta, osservò che: “È possibile e persino probabile che Baudelaire abbia provato l’hashish una o due volte a titolo di esperimento fisiologico, ma non ne abbia mai fatto un uso continuativo. Inoltre, provava molta ripugnanza per quel tipo di felicità, comprata in farmacia e portata via nella tasca del panciotto, e paragonava l’estasi che induceva a quella di un maniaco per il quale tele dipinte e rozze scene di caduta prendono il posto di veri mobili e giardini profumati con il profumo di fiori veri. Veniva solo di rado, e solo come osservatore, alle riunioni di Casa Pimodan [Hôtel Lauzun], dove si riuniva il nostro club…”
.Gautier descrisse il club in un articolo intitolato “Le Club des Hachichin”, pubblicato sulla Revue des Deux Mondes nel febbraio 1846, raccontando la sua recente visita. Sebbene sia spesso citato come il fondatore del club, nell’articolo afferma di aver partecipato alle sedute spiritiche per la prima volta quella sera e di aver chiarito che altri condividevano con lui un’esperienza familiare.
.
“Una sera di dicembre… giunsi in un quartiere remoto nel centro di Parigi, una specie di oasi solitaria che il fiume circonda con le sue braccia su entrambe le sponde come per difenderla dall’invasione della civiltà. Era una vecchia casa sull’Ile Saint-Louis, l’hotel Pimodan costruito da Lauzun, dove lo strano club a cui mi ero recentemente iscritto teneva la sua seduta spiritica mensile. Vi partecipavo per la prima volta.”
Dopo una descrizione dell’interno dell’hotel, Gautier giunse in una stanza dove “diverse forme umane si agitavano attorno a un tavolo, e non appena la luce mi raggiunse e fui riconosciuto, un grido vigoroso scosse le profondità sonore dell’antico edificio. ‘È lui! È lui!’ gridarono alcune voci insieme; ‘rendiamogli il dovuto!’”
Il suo “dovuto”, ovviamente, era la sua pozione di dawamesk. “Il dottore era in piedi accanto a un buffet su cui era posato un vassoio pieno di piccoli piattini giapponesi. Prese con un cucchiaio un pezzetto di pasta o marmellata verdastra grande quanto un pollice da un vaso di cristallo e lo mise accanto al cucchiaio d’argento su ogni piattino. Il volto del dottore irradiava entusiasmo; i suoi occhi brillavano, le sue guance viola erano luminose, le vene delle tempie erano fortemente gonfie e respirava affannosamente attraverso le narici dilatate. ‘Questo sarà detratto dalla tua parte in Paradiso’, disse mentre mi porgeva la mia porzione…”
Segue un banchetto. Quando il pasto finisce, l’hashish inizia a fare effetto. I suoi vicini cominciarono ad apparire “un po’ strani. Le loro pupille si ingrandirono come quelle di un gufo; i loro nasi si allungarono in proboscidi allungate; le loro bocche si allargarono come pantaloni a zampa d’elefante. I volti erano ombreggiati da una luce soprannaturale”. Nel frattempo, “un calore soffocante pervase i miei arti, e la demenza, come un’onda che si infrange spumeggiante su una roccia, poi si ritira per infrangersi di nuovo, invase e abbandonò il mio cervello, avvolgendolo infine completamente. Quello strano visitatore, l’allucinazione, era venuto a dimorare dentro di me”. (…)

In quest’articolo Gautier narrò nel dettaglio le sue visioni provocate dallo stupefacente e sintetizzò la sua esperienza in tre fasi: amplificazione dei sensi, soprattutto l’udito, l’impressione che il tempo si dilati a dismisura e infine la visione di immagini grottesche e spaventose.
“In qualche minuto, un intorpidimento generale mi invase. Mi parve che il mio corpo si dissolvesse e divenisse trasparente.
Vedevo nettamente nel mio petto l’haschich che avevo mangiato sotto forma di smeraldo da cui fuoriuscivano migliaia di piccole scintille; le ciglia dei miei occhi si allungavano illimitatamente, arrotolandosi come fili d’oro.
Vedevo ancora i miei compagni a momenti, ma metà uomini, metà piante, con l’aria pensierosa di ibis in piedi su una zampa, di struzzi che battevano delle ali talmente strane da farmi torcere dal ridere nel mio angolo”.
Aggiungendo descrizioni psichedeliche come:
“Nell’aria c’erano milioni di farfalle, confusamente luminose, che agitavano le ali come ventagli.
Fiori giganteschi con riflessi di cristallo, grandi peonie su letti d’oro e d’argento, si alzavano e mi circondavano con il crepitio sonoro che accompagna l’esplosione nell’aria dei fuochi d’artificio.
Il mio udito aveva acquisito un nuovo potere, si era sviluppato enormemente. Sentivo il suono dei colori. I suoni verdi, rossi, blu, gialli mi raggiungevano a ondate.
Un bicchiere caduto, lo scricchiolio di un divano, una parola pronunciata a bassa voce, vibravano e rotolavano come tuoni“.

Nel 1846 Gautier dedicò un libro al circolo intitolato proprio ‘Club des hachichins’ in cui l’autore descrisse nel dettaglio gli esperimenti a cui partecipò e la sua iniziazione al circolo, ne riportiamo un breve estratto:
“Una sera di dicembre, obbedendo a una misteriosa convocazione, scritta in termini enigmatici e comprensibili per alcuni membri, incomprensibili per altri, arrivai in un quartiere remoto, una specie di oasi di solitudine in mezzo a Parigi.
È in una vecchia casa dell’Île Saint-Louis, l’Hôtel Pimodan, costruito da Lauzun, che lo strano club di cui ero da poco diventato membro teneva le sue riunioni mensili, alle quali stavo per partecipare per la prima volta…”.
Gautier abbandonò il gruppo dopo pochi anni e a questo proposito disse:
“dopo una decina di esperimenti, rinunciammo per sempre a questa droga inebriante, non che ci facesse male fisicamente, ma il vero scrittore ha bisogno solo dei suoi sogni naturali, e non ama che i suoi pensieri siano influenzati da alcun agente”.
Fu durante questi incontri che Théophile Gautier conobbe Charles Baudelaire, i due diventarono amici, e Gautier scrisse la prefazione al capolavoro di Baudelaire: ‘I fiori del male’.
Lo scrittore francese, parlando degli effetti dell’hashish, scrisse:
“un calore soffocante pervadeva le mie membra e la demenza, come un’onda che si infrange schiumosa su una roccia e poi si ritira per infrangersi di nuovo, invadeva e abbandonava il mio cervello, infine lo avvolgeva del tutto. Quello strano visitatore, l’allucinazione, era venuto ad abitare in me”.

L’esperienza di Baudelaire con gli Hashischins
Era inevitabile che Charles Baudelaire (1821-1867), autore della raccolta di poesie del 1857 Les Fleurs du Mal, si unisse al club. Aveva la reputazione di essere un tipo dissoluto e un gusto per l’esotico, che lo avrebbero sicuramente predisposto a una nuova droga, ma la verità era che raramente, se non mai, si abbandonava a essa. Scrisse sull’hashish con grande acutezza, ma ciò derivava dai suoi appunti scrupolosi, più che da una profonda esperienza personale.
Baudelaire menzionò anche alcuni episodi in “Les paradis artificiel”, opera in cui descriveva gli effetti dell’hashish e dell’oppio. Per lui, “tra le droghe più efficaci nel creare quello che chiamo l’ideale artificiale, lasciando da parte i liquori, che eccitano rapidamente una frenesia grossolana e annientano ogni forza spirituale, e i profumi, il cui uso eccessivo, mentre rende più sottile l’immaginazione dell’uomo, ne logora gradualmente le forze fisiche, le due sostanze più energiche, le più comode e le più maneggevoli, sono l’hashish e l’oppio”.
Come diceva Baudelaire, “il vino rende gli uomini felici e socievoli; l’hashish li isola. Il vino esalta la volontà; l’hashish la annienta”.
Baudelaire visse in un appartamento proprio sopra la casa dove si riuniva il club dal 1843 al 1845, affittandolo per 350 franchi, e lì trovò l’ispirazione per la sua poesia Invitation au voyage.
Ma esattamente come Gautier anche il poeta Baudelaire abbandonò il gruppo dopo qualche anno insoddisfatto delle esperienze con l’hashish.
Infatti, una volta esplorati gli effetti di tale sostanza, concluse che poteva benissimo farne a meno e continuare la sua produzione artistica anche senza aiuti di quel tipo.
Baudelaire scrisse in termini poco elogiativi dell’hashish, ridimensionandone il mito e l’alone di fascino, nel suo ‘Paradisi artificiali’.
“Un intervallo lucido, colto con grande sforzo, ti ha permesso di guardare l’orologio. Ma un’altra corrente di idee ti trascina via; ti trascinerà via per un altro minuto nel suo vortice vivente, e quest’altro minuto sarà un’eternità. L’hashish provoca spesso una fame vorace, quasi sempre una sete eccessiva… Un tale stato non sarebbe sopportabile se durasse troppo a lungo e se non lasciasse presto il posto a un’altra fase di ebbrezza, che nel caso sopra citato si traduce in splendide visioni, teneramente terrificanti e allo stesso tempo piene di consolazioni. Questo nuovo stato è ciò che gli orientali chiamano Kaif. Non è più il turbine o la tempesta; è una beatitudine calma e immobile, una gloriosa rassegnazione. Da molto tempo non sei più padrone di te stesso, ma non te ne preoccupi più. Il dolore e il senso del tempo sono scomparsi; o se a volte osano mostrare la testa, è solo come trasfigurati dal sentimento dominante, e allora sono, rispetto alla loro forma ordinaria, ciò che la malinconia poetica è rispetto al dolore prosaico. Non appena vi siete alzati in piedi, un frammento dimenticato di ebbrezza vi segue e vi tira indietro; è il segno della vostra recente schiavitù. Le vostre gambe indebolite vi guidano solo con cautela, e temete a ogni istante di rompervi, come se foste di porcellana. Un meraviglioso languore – c’è chi sostiene che non sia privo di fascino – si impossessa del vostro spirito e si diffonde sulle vostre facoltà come una nebbia che si diffonde in un prato. Ecco, quindi, che siete, ancora per qualche ora, incapaci di lavorare, di agire e di avere energia. È la punizione di un’empia prodigalità in cui avete sperperato la vostra forza nervosa. Avete disperso la vostra personalità ai quattro venti del cielo – e ora, che fatica raccoglierla e concentrarla!”

Alexandre Dumas
Scrittore, romanziere, autore de I tre moschettieri e consumatore di cannabis
Dai paradisi artificiali
In generale, ci sono tre fasi nell’intossicazione da hashish, abbastanza facili da distinguere… La maggior parte dei novizi, alla loro prima iniziazione, si lamenta della lentezza degli effetti: li attende con un’impazienza puerile e, poiché la droga non agisce abbastanza rapidamente per i loro gusti, si sfoga in lunghe tiritere di incredulità, che sono abbastanza divertenti per i veterani che sanno come agisce l’hashish. I primi attacchi, come i sintomi di una tempesta che si è protratta a lungo, appaiono e si moltiplicano in seno a questa stessa incredulità. All’inizio è una certa ilarità, assurdamente irresistibile, che ti possiede. Questi accessi di allegria, senza una giusta causa, di cui ti vergogni quasi, si verificano frequentemente e interrompono gli intervalli di stupore, durante i quali cerchi invano di riprenderti. Le parole più semplici, le idee più banali, assumono una fisionomia nuova e strana. Ti sorprendi di te stesso per averli finora trovati così semplici. Somiglianze e corrispondenze incongrue, impossibili da prevedere, interminabili giochi di parole, scenette comiche, sgorgano eternamente dal tuo cervello. Il demone ti ha circondato; è inutile ribellarsi ai pungoli di questa ilarità, dolorosa quanto il solletico! Di tanto in tanto ridi tra te e te della tua stupidità e della tua follia, e i tuoi compagni, se sei con altri, ridono anche loro, sia della tua condizione che della loro; ma come loro ridono senza malizia, così tu sei senza risentimento. Questa allegria, ora oziosa ora acuta, questa inquietudine nella gioia, questa insicurezza, questa indecisione, durano, di regola, solo per un tempo molto breve. Presto il significato delle idee diventa così vago, il filo conduttore che lega insieme le tue concezioni diventa così tenue, che nessuno tranne i tuoi complici può capirti. E, ancora, su questo argomento e da questo punto di vista, nessun mezzo per verificarlo! Forse pensano solo di capirti e l’illusione è reciproca.

Honoré de Balzac
Scrittore, autore di The Human Comedy e consumatore di cannabis
Dopo questa prima fase di allegria infantile, c’è, per così dire, un momentaneo rilassamento; ma nuovi eventi si annunciano presto con una sensazione di freddo alle estremità – che può persino trasformarsi, in certe persone, in un raffreddore pungente – e una grande debolezza in tutti gli arti. Si hanno allora le “dita di burro”; e nella testa, in tutto l’essere, si prova un imbarazzante stupore e stordimento. Gli occhi si distolgono dalla testa; è come se fossero attratti in ogni direzione da un’estasi implacabile. Il viso è inondato di pallore; le labbra si contraggono, risucchiate nella bocca con quel movimento di affanno che caratterizza l’ambizione di un uomo preda dei propri grandi progetti, oppresso da pensieri enormi, o che fa un lungo respiro preparatorio a uno scatto. La gola si chiude, per così dire; il palato è inaridito da una sete che sarebbe infinitamente dolce soddisfare, se le delizie della pigrizia non fossero ancora più gradevoli, e in contrasto con il minimo disturbo del corpo. Sospiri profondi ma rauchi escono dal tuo petto, come se la vecchia bottiglia, il tuo corpo, non potesse sopportare l’attività appassionata del vino nuovo, della tua nuova anima. Di tanto in tanto uno spasmo ti trafigge e ti fa tremare, come quelle scariche muscolari che alla fine di una giornata di lavoro o in una notte tempestosa precedono il sonno definitivo.

È, infatti, in questo periodo dell’ebbrezza che si manifesta una nuova delicatezza, una superiore acutezza in ciascuno dei sensi: olfatto, vista, udito, tatto si uniscono parimenti in questa marcia in avanti; gli occhi contemplano l’Infinito; l’orecchio percepisce suoni quasi impercettibili in mezzo al più tremendo tumulto. È allora che iniziano le allucinazioni; gli oggetti esterni assumono, uno dopo l’altro, aspetti del tutto strani; si deformano e si trasformano. Poi – le ambiguità, i malintesi e le trasposizioni di idee! I suoni si ammantano di colore; i colori sbocciano in musica. Questo, direte, è naturale. Ogni cervello poetico, nel suo stato sano e normale, concepisce facilmente queste analogie. Ma ho già avvertito il lettore che non c’è nulla di realmente soprannaturale nell’ebbrezza dell’hashish; solo queste analogie possiedono una vivacità insolita; penetrano e avvolgono; travolgono la mente con la loro maestria. Le note musicali diventano numeri; e se la tua mente è dotata di una qualche attitudine matematica, l’armonia che ascolti, pur mantenendo il suo carattere voluttuoso e sensuale, si trasforma in una vasta operazione ritmica, dove i numeri generano numeri, e le cui fasi e generazioni si susseguono con una facilità inspiegabile e un’agilità che eguaglia quella della persona che suona… Supponiamo, ancora, che tu sia seduto a fumare; la tua attenzione si soffermerà un po’ troppo a lungo sulle nuvole bluastre che esalano dalla tua pipa; l’idea di una lenta, continua, eterna evaporazione si impadronirà del tuo spirito, e presto applicherai quest’idea ai tuoi pensieri, al tuo apparato di pensiero. Per una singolare ambiguità, per una specie di trasposizione o baratto intellettuale, ti senti evaporare, e attribuirai alla tua pipa, nella quale ti senti rannicchiato e premuto come il tabacco, la strana facoltà di fumarti!

