17 Dicembre 2025
La proposta popolare “Io Coltivo” giace in Senato: la conferenza stampa denuncia il boicottaggio e rilancia legalizzazione, salute e diritti.
Giovedì 20 novembre, nella Sala Caduti di Nassirya, una conferenza stampa dal titolo netto – “Io Coltivo: che fine ha fatto la proposta di legge popolare?” – ha riportato al centro dell’agenda politica una domanda che riguarda prima di tutto la democrazia parlamentare. La proposta di legge d’iniziativa popolare sulla depenalizzazione della coltivazione domestica di cannabis, promossa da Meglio Legale, Associazione Luca Coscioni, Forum Droghe e sostenuta da decine di organizzazioni e da oltre 54 mila firme, è ferma da mesi nelle commissioni del Senato senza che siano mai iniziate audizioni o discussioni di merito.
Ad aprire l’incontro è stata Antonella Soldo, per Meglio Legale. Ha ricostruito l’iter: deposito della proposta nel giugno 2024, verifica delle firme, assegnazione alle commissioni competenti nel dicembre successivo, quindi il silenzio. L’anomalia, ha denunciato Soldo, è tanto più grave perché il Senato in questo periodo ha trovato tempo per discutere e votare provvedimenti anche marginali, mentre su una legge sottoscritta da decine di migliaia di cittadine e cittadini “non è partita nemmeno l’ombra di una discussione”. In quel vuoto si consuma un boicottaggio istituzionale: non un semplice ritardo, ma la scelta politica di evitare un confronto che la maggioranza potrebbe anche respingere, se solo avesse il coraggio di farlo in pubblico.
Soldo ha ricordato che “Io Coltivo” nasce nel giorno in cui la Germania ha avviato la depenalizzazione della coltivazione personale e dell’uso, e a un anno di distanza ha già registrato effetti chiari: meno procedimenti giudiziari, alleggerimento dei tribunali, segnali di riduzione dei consumi tra i minori. Il punto, per lei, è semplice: una misura del genere libererebbe il sistema giudiziario italiano da decine di migliaia di procedimenti inutili e restituirebbe credibilità alla partecipazione democratica. Per questo ha chiesto che sia applicato il regolamento del Senato e che la proposta venga calendarizzata, perché discuterla è un obbligo, non un favore.
A rendere concreta quella richiesta è stata la testimonianza di Gennaro, giovane studente che ha raccontato un episodio di controllo da parte dei carabinieri: un fermo senza presupposti, perquisizioni intimidatorie, l’arrivo di più volanti e di dodici militari per pochi grammi di hashish, la successiva perquisizione domiciliare, la pressione psicologica per firmare il verbale. Una storia “banalmente comune”, ha osservato Soldo, che ogni anno si ripete per migliaia di persone: spreco di risorse pubbliche, umiliazioni, paure, e un messaggio sociale devastante, soprattutto per i più giovani.
Sul versante parlamentare sono intervenuti Cecilia D’Elia e Walter Verini. D’Elia ha condiviso il merito della proposta – ricordando anche un suo disegno di legge sul tema – ma ha insistito sul nodo politico più largo: l’umiliazione degli strumenti di iniziativa popolare in una fase storica di forte depotenziamento delle assemblee elettive, schiacciate da decreti governativi e voti di fiducia. Ha promesso di farsi carico, insieme al gruppo del Partito Democratico, di iniziative interne perché le leggi di iniziativa democratica tornino a trovare spazio e rispetto. Verini ha fatto eco alla frustrazione di chi in Parlamento prova a far vivere battaglie civili – dal fine vita alla cannabis – e si trova davanti “muri che sembrano invalicabili”. Il suo invito è stato a non desistere e a costruire alleanze sociali e produttive, ricordando quanto, nel dibattito sul ddl Sicurezza, la filiera della canapa industriale avesse già dimostrato forza e legittimità.

Marco Perduca, tra i promotori della legge ed ex senatore, ha allargato ancora lo sguardo: questa non è l’unica iniziativa popolare lasciata in sospeso nella legislatura, e il segnale è devastante in un Paese già segnato da astensionismo e sfiducia. Ha ricordato il paradosso italiano – quorum altissimo per i referendum ma nessun quorum per eleggere il Parlamento – e ha chiesto che il richiamo all’articolo 74 del regolamento del Senato sia fatto pubblicamente, non nelle stanze chiuse dei palazzi. Perduca ha legato tutto questo alla stagnazione culturale del proibizionismo: un linguaggio fermo agli anni Ottanta, che confonde uso e abuso e trasforma ogni canna nel “primo passo verso la pera”. Eppure, ha concluso, persino le Nazioni Unite chiedono oggi di valutare l’impatto delle politiche sulle droghe sui diritti umani: il fermo di Gennaro è già, di per sé, una misura sproporzionata e violenta.
Partendo dalla recente Conferenza nazionale governativa sulle droghe, il segretario di Forum Droghe Leonardo Fiorentini ha smontato la retorica del sottosegretario Alfredo Mantovano sulla “libertà dalle droghe”. Quella evocata dal governo, ha detto, è una libertà rovesciata: non l’autonomia delle persone sul proprio corpo, ma la libertà dello Stato di imporre disciplina, controllo e obbedienza. Le “catene” citate nel suo discorso non sono un’immagine: sono i rave criminalizzati, i minori compressi negli IPM sovraffollati dal decreto Caivano, la minaccia di trattamenti coercitivi per adolescenti con disturbo d’uso di sostanze, riproposti nonostante la bocciatura nei gruppi di lavoro della conferenza. È la fotografia di una politica che si traveste da tutela ma produce repressione. Guardando fuori dall’Italia, Fiorentini ha ricordato la moltiplicazione dei modelli di regolamentazione legale della cannabis – Uruguay, Canada, molti Stati USA, Malta, Lussemburgo, Germania e ora altri Paesi europei – diversi tra loro ma convergenti in un dato: togliere la cannabis dal mercato criminale permette di governare il fenomeno meglio, controllare qualità e potenza, investire in prevenzione e riduzione del danno, sottrarre risorse alle mafie. E soprattutto, ha sottolineato, i dati smentiscono il mantra secondo cui legalizzare aumenterebbe il consumo giovanile: quando non è lo spacciatore a decidere l’accesso, ma un sistema regolato che impone limiti e controlli, gli strumenti di tutela per i minori aumentano, non diminuiscono. Da qui la ragione profonda del boicottaggio: la maggioranza teme un confronto pubblico perché “il mondo reale, fuori da questo palazzo, dimostra che abbiamo ragione”.
Nel suo intervento Fiorentini ha voluto ricordare Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia nell’ottobre 2007, dopo meno di 48 ore di detenzione per poche piante di cannabis, salutando con solidarietà l’iniziativa del figlio Rudra che ha appena chiesto la riapertura delle indagini. È il promemoria più duro di cosa significhi, in Italia, criminalizzare la coltivazione domestica: non un dettaglio legislativo, ma una questione di vita, diritti e dignità.
Accanto a questa cornice politica si sono intrecciate altre voci. Francesca Druetti, segretaria di Possibile, ha definito “Io Coltivo” un simbolo del cortocircuito tra istituzioni e cittadini: una proposta sostenuta da una lunga mobilitazione rischia di finire impantanata per mancanza di volontà politica, mentre il Senato arriva persino a violare il proprio regolamento. Denise Amerini, per la CGIL, ha ribadito il sostegno del sindacato alla depenalizzazione e alla regolamentazione legale della cannabis, ricordando la dimensione sociale – non patologica né criminale – dell’uso di sostanze e il diritto alla cura per chi utilizza cannabis terapeutica, oggi penalizzato dalla scarsa disponibilità. Simona Giorgi ha portato la prospettiva delle imprese della canapa light: quattro denunce per “spaccio” nonostante fatture e analisi regolari, sequestri che hanno distrutto attività e posti di lavoro, l’umiliazione di essere trattati come criminali mentre si pagano tasse e contributi. Mattia Cusani, presidente di Canapa Sativa Italia, ha aggiunto dati e un punto giuridico: la canapa industriale ha già sottratto centinaia di milioni alle mafie, mentre l’ambiguità normativa alimenta contaminazioni e rischi del mercato nero; la coltivazione domestica per uso personale non produce danno alla salute pubblica e viola il principio di offensività che dovrebbe guidare il diritto penale.
La conferenza stampa si è chiusa con l’annuncio che la pressione sulla Presidenza del Senato continuerà, finché non arriverà almeno un atto di rispetto verso le cittadine e i cittadini che hanno firmato. “Io Coltivo” non chiede una scorciatoia: chiede che il Parlamento faccia il Parlamento. E che su libertà, salute e giustizia si discuta alla luce del sole, senza più cassetti chiusi a chiave.
Che fine ha fatto Io Coltivo?
21 Novembre 2025
https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/ep-64-che-fine-ha-fatto-io-coltivo/
Sin dal titolo “Io Coltivo: che fine ha fatto la proposta di legge popolare?” l’incontro ha riportato al centro dell’agenda politica una domanda che riguarda prima di tutto la democrazia parlamentare. La proposta di legge d’iniziativa popolare sulla depenalizzazione della coltivazione domestica di cannabis, promossa da Meglio Legale, Associazione Luca Coscioni, Forum Droghe e sostenuta da altre decine di organizzazioni e da oltre 54 mila firme, è ferma da mesi nei cassetti delle commissioni competenti del Senato senza che siano mai iniziate audizioni o discussioni di merito, come prevede invece il regolamento del Senato stesso.
Oltre al Sen. Sensi che ospitava l’incontro sono intervenuti la senatrice Cecilia D’Elia e il sen. Walter Verini. A condurre la conferenza stampa Antonella Soldo di Meglio legale che ha dato la parola a Gennaro, un giovane studente che ha raccontato il suo incontro da consumatore di cannabis con le forze dell’ordine, dando subito il senso di cosa passano oggi i giovani consumatori di cannabis italiani. Sono poi intervenuti Marco Perduca per l’associazione Luca Coscioni, Leonardo Fiorentini per Forum Droghe, Francesca Druetti di Possibile, Denise Amerini CGIL, l’imprenditrice della cannabis light Simona Giorgi e Mattia Cusani di Canapa Sativa italia.

