16 Dicembre 2025
Redazione
Il Consiglio di Stato riapre, almeno temporaneamente, uno spiraglio per il settore della cannabis light e del cannabidiolo (Cbd), sospendendo l’efficacia della sentenza del Tar del Lazio che aveva avallato il decreto del ministero della Salute sull’inserimento delle preparazioni orali a base di Cbd nella tabella dei medicinali stupefacenti. Una decisione cautelare che arriva al termine di una lunga e tortuosa battaglia giudiziaria e che consente alle aziende della filiera della canapa industriale di continuare a operare in attesa del giudizio di merito, fissato per la primavera del 2026.
Al centro del contenzioso c’è il decreto, entrato in vigore nel giugno 2024, che equiparava il Cbd a una sostanza stupefacente, limitandone la vendita alle sole farmacie e previa prescrizione medica. Un provvedimento che, secondo imprese e associazioni di categoria, ha messo a rischio la sopravvivenza di un intero comparto economico, composto in gran parte da piccole e medie imprese, giovani imprenditori e realtà agricole riconvertite. Il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso delle aziende, ha riconosciuto il rischio di un grave e irreversibile pregiudizio economico e occupazionale derivante dall’immediata applicazione della sentenza del Tar, sottolineando la necessità di un esame più approfondito delle questioni giuridiche sollevate, comprese quelle di rilievo costituzionale ed europeo.
La decisione dei giudici amministrativi arriva in un contesto politico e mediatico particolarmente acceso. Proprio nelle stesse ore, il governo ha rilanciato l’allarme su una presunta minaccia legata alla cannabis light, segnalando la possibile presenza di un cannabinoide sintetico, l’MDMB-PINACA, ritenuto altamente pericoloso e potenzialmente letale. Secondo le autorità, questa sostanza potrebbe contaminare prodotti venduti come “light” senza essere riconoscibile a occhio nudo, con rischi gravi per la salute dei consumatori. Un monito che ha alimentato ulteriormente il clima di incertezza normativa e che è stato duramente contestato da imprese e opposizioni, accusando l’esecutivo di fare di tutta l’erba un fascio.
Sul piano economico, i numeri evocati nel dibattito sono tutt’altro che marginali. Il settore della canapa industriale coinvolge decine di migliaia di lavoratori e genera un fatturato stimato in centinaia di milioni di euro, oltre a un rilevante gettito fiscale. Proprio questo aspetto ha pesato nella valutazione del Consiglio di Stato, che ha ritenuto sproporzionate le conseguenze di un blocco immediato delle attività rispetto agli obiettivi di tutela invocati dal governo attraverso il principio di precauzione.
La sospensione del provvedimento è stata salutata dalle aziende come un primo, significativo riconoscimento delle criticità giuridiche della normativa sul Cbd. Anche dal fronte politico delle opposizioni sono arrivate reazioni durissime contro l’esecutivo, accusato di aver criminalizzato un settore legale e di aver trasformato migliaia di imprenditori in potenziali fuorilegge. Le critiche si concentrano in particolare sull’articolo del decreto Sicurezza che vieta la lavorazione e la vendita dei derivati della canapa, ritenuto ideologico e privo di un solido fondamento scientifico.
Resta però un quadro normativo fragile e contraddittorio. Da un lato, la sospensione decisa dal Consiglio di Stato consente alle imprese di tirare il fiato e di garantire una continuità produttiva; dall’altro, l’assenza di una disciplina chiara e definitiva alimenta l’incertezza per operatori e consumatori. In attesa dell’udienza di merito del 2026, il caso del Cbd continua così a rappresentare uno dei nodi più controversi nel rapporto tra politica, giustizia amministrativa, tutela della salute e libertà di iniziativa economica. Un equilibrio delicato, che il legislatore prima o poi sarà chiamato a sciogliere, magari ricordando che le regole più solide sono quelle capaci di reggere nel tempo, senza piegarsi agli allarmi del momento né ignorare l’evoluzione della società e dei mercati.

